Accademia Italiana dei Sartori

di Photographer: Antonio Barrella Styling: Lucia de Grimani Post produzione: Studio Orizzonte


Potrebbero essere le parole di un qualunque professore al suo
primo giorno di scuola. E invece no. O meglio, non esattamente,
perché a guardare bene, un po’ di scuola c’entra pure.
E anche il termine “ragazzi”, sebbene i frequentatori di questa
“classe” un po’ speciale abbiano un’età che varia dai 28 ai 50
anni, possiamo infilarcelo.
«Poi però qualcosa è cambiato. La volontà che ho visto negli
occhi di quei ragazzi, mi ha fatto capire che il potenziale che
avevo davanti era immenso». Chi parla è Ilario Piscioneri una
delle eccellenze della sartoria italiana, presidente dell’Accademia
Italiana dei Sartori, la più antica congregazione di sarti
del mondo. E la classe? Chi frequenta questa classe? Beh, qui
la storia è un po’ diversa, nessuna eccellenza, nessun curriculum
mirabolante. Anzi potremmo addirittura dire che se
esistesse un curriculum “al contrario”, qualcuno che primeggia
lo avremmo senz’altro. Eh già, perché i “ragazzi”, come li
chiama Ilario, sono i detenuti del carcere di Rebibbia.
«Il progetto – prosegue Ilario – è nato nel 2016. Era un po’
che mi domandavo dove sarebbe andata a finire tutta l’esperienza
che avevo accumulato in sessanta anni di sartoria.



E
allora ecco che il caso, o forse il destino, mi ha messo davanti
a una possibilità che per me è diventata una sfida. Creare
all’interno di un carcere una scuola che formasse dei sarti».
Ma non piccoli sarti che lavorano in un sottoscala per poche
centinaia di euro. No, la sfida era quella di formare delle eccellenze
in grado di primeggiare a livello nazionale. «Ciò con
cui mi volevo veramente confrontare però – racconta il Maestro
– era la provocazione di portare a termine tutto questo
in un ambito che avesse un valore etico/sociale molto alto,
qualcosa che fosse un riferimento per tutto il settore dell’artigianato
». E così, forte della conoscenza della Direttrice del
carcere di Rebibbia a Roma, che ha subito appoggiato il progetto,
il nostro Ilario si è rimboccato le maniche e, coadiuvato
dall’Accademia Italiana dei Sartori, ha cominciato a dar vita
alla sua idea.
Ha preso contatti con istituzioni, mobilitato amici, trovato
nella BMW Roma lo sponsor che ha curato la parte economica,
una ditta di tessuti, la Drapers, che ha fornito le stoffe, e
infine i sarti che si sono prestati a fare da maestri. A questo
punto, una volta trovato lo spazio all’interno del carcere si è
cominciato ad allestire l’aula/laboratorio. Macchinari, banchi
da lavoro, un impianto di aria condizionata e perfino uno



di videosorveglianza. Il progetto dunque diventava realtà.
Tutto ciò succedeva nel corso del 2016. Nel luglio dell’anno
dopo veniva indetta una conferenza stampa in cui si annunciava
che il 28 settembre avrebbero avuto inizio le lezioni
per couturier dentro di uno dei maggiori carceri italiani.
«L’iniziativa – continua il Maestro sarto – ha avuto immediatamente
un grande successo all’interno dell’istituto di
pena. Abbiamo selezionato oltre cento domande, ridotte
poi a trenta, che si sono concretizzate, infine, in una classe
di quindici persone e altrettante pronte a entrare nel caso
ci fosse qualche defezione». E come procede? Ci viene da
chiedere. La risposta del grande sarto è immediata, quasi
di getto. «Meravigliosamente, i ragazzi si sono dimostrati
subito vogliosi di imparare e pieni di un talento inaspettato.
Pensi che alcuni di loro, dopo soli tre mesi, sono già
alla loro seconda giacca. Ma c’è di più, la passione di questi
ragazzi è tale che quando il sabato e la domenica non c’è
lezione, si esercitano in cella da soli.
Drogati di sartoria.
Anche se l’espressione, dato il contesto, può apparire un
po’ forte, è proprio ciò che mi dicono quando parlano della
nuova attività che stanno imparando». Il corso dura tre
anni. E dopo? Anche stavolta Ilario risponde di getto: «Il
bello viene proprio dopo – dice sorridendo soddisfatto –. Il
progetto, infatti, prosegue con la creazione di un marchio
che si chiamerà Made in Rebibbia, un’azienda che darà un
seguito professionale a quanti hanno seguito il corso e naturalmente
terminato il proprio periodo di pena».
Siamo arrivati alla fine di questa magnifica favola e ci viene
da chiedere un’ultima cosa a Ilario, e cioè che cosa resterà
non tanto al sarto, ma all’uomo Ilario Piscioneri di questa
straordinaria iniziativa. «C’è un detenuto – racconta senza
riuscire a nascondere l’emozione – un cosiddetto fine pena
mai, che per me è un grande talento, tra i migliori, senz’altro,
della scuola. Tempo fa aveva fatto domanda per essere
trasferito nel penitenziario di Porto Azzurro dove avrebbe
goduto di una maggiore libertà. Bene, ora, pur avendo
ottenuto l’agognato trasferimento, ha deciso di rimanere a
Rebibbia per continuare il suo lavoro da couturier». Si ferma
un attimo Ilario, l’impressione è che sia davvero emozionato.
«La soddisfazione di essere forse riuscito a dare
una chance a chi di chance sembrava non ne avesse più –
dice infine il maestro –, ecco che cosa mi resterà».



ARTICOLI CORRELATI

Apertis verbis con Enrico Zanoni
L’estate futuristica e tropicale di Fendi
Eli, La Signora dei Prosciutti