ADAMI 34 impronte per dare unicità al Prosecco

di Andrea Zanfi


Rimango perplesso su come sia possibile che, a fronte di una sempre maggiore cultura
nel mondo del vino, vi sia ancora chi banalizza un patrimonio culturale inimitabile
come il Prosecco, sottovalutando la sapienza di quei produttori che da generazioni
si impegnano per far conoscere ad altri il proprio saper fare vino.
Sottolineo tutto questo in una lunga conversazione con Franco Adami, sapendo che
al riguardo non solo ha le idee molto più chiare delle mie, ma anche che da anni ormai
conduce una propria ricerca scientifica sull’argomento, basata sui fatti, sulla
esperienza, sulla conoscenza del patrimonio ampelografico che dispone, trasmessogli
dal padre e dal nonno Abele. Già… il nonno Abele – pensate che personaggio
deve essere stato - che già nel ‘33 del secolo scorso ebbe l’intuizione di partecipare
alla “Prima mostra dei vini tipici d’Italia”, svoltasi a Siena, con un Prosecco Riva
Giardino e un Cartizze “asciutto”. C’era già qualcuno che, in quel decennio
antecedente la Seconda Guerra Mondiale, sentiva il bisogno di vinificare non solo
ogni singolo vigneto, ma anche le sue migliori parcelle. Ben sapendo che proprio
da quell’immane lavoro che svolgeva in vigna, da quel giusto tempo che si prendeva
prima di assemblare i vini, da quello sforzo di individuare i profumi che ognuno di
quelle aree forniva ai vini, sarebbero nate delle cuvée sempre migliori.
Una filosofia diventata karma per gli Adami. Una sorta di stella polare da seguire cecamente
fin da quel lontano 1933, continuando a fare le “Rive” e Prosecchi come
il Bosco di Gica e il Dei Casel, che sono certamente l’emblema storico degli Adami
e di come ancora oggi Franco continua a pensare al vino.



Tutto nasce dall’osservazione, da quellobspirito di “O”, difficile da identificare essendo
finalizzato alla visione completa e dettagliata dell’insieme per la quale è necessario
possedere ragioni tecniche e scientifiche che sviluppano le capacità intuitive e
cognitive di guardare ciò che ci circonda al fine di ottenere il risultato sperato.
Per ogni vignaiolo è fondamentale osservare il proprio sistema produttivo, interpretandone
i segnali e codificandone il linguaggio. Basterebbe osservare l’orografia
del territorio di Valdobbiadene, dove il Prosecco è Superiore, per comprendere
quali e quante siano le macro e micro aree che esistono per dire che ogni Prosecco è
diverso; basterebbe osservare le colline caratterizzate, nella parte a nord, da boschi e
negli altri tre versanti da viti, per intendere il distinguo che esiste nei vini qui prodotti
e che si accentua in funzione anche all’esposizione e all’altitudine, compresa fra i
180 ai 300 metri s.l.m., di ogni singolo vigneto. Un lavoro composito è quello che
dovrebbe fare il vignaiolo che voglia identificare e certificare la provenienza del vino
e la sua tracciabilità documentale, pur sapendo che non sempre tutto ciò gli garantisce
l’intrinseca “originalità” del quadro aromatico e organolettico di ciò che produce.
Per creare “l’origine” è necessario possedere la conoscenza della scienza genetica e
di quella ampelografica; integrare la tecnica produttiva con la cultura vitivinicola
e imprenditoriale intrinseca alla propria tradizione; dare priorità alle potenzialità
della terra di cui si dispone, imparando ad averne un rispetto e una fiducia destinati a
trasformarsi in obbedienza a essa. Un artifizio quasi algebrico, in cui è difficile
districarsi poiché comporta la costruzione di un pentagono dai cinque lati mai
statici, che necessitano ogni anno d’essere posti in equilibrio fra loro.
Forse tutto ciò nonno Abele non lo conosceva, ma lo aveva intuito, dando vita a quei
vini tanto diversi, il cui concetto ancora oggi si riscontra nelle due cuvée dell’azienda
Adami – Bosco di Gica e Dei Casel – che sono l’espressione perfetta di quel lontano
ragionamento.



Niente nasce per caso, soprattutto in questo caso, essendo questi vini figli dall’opera
svolta in ognuno di quei 34 vigneti che rappresentano il patrimonio ampelografico
di Franco. È come se ognuna di quelle aree vitate fosse
una “impronta” unica, originale, inimitabile e caratterizzata da una propria storia.
34 micro-aree. 34 vigneti, 34 impronte, ognuna dei quali capace di “esprimersi” con un proprio
timbro, ma, al contempo, fondamentale parte di un unico coro.
Ecco perché grido ancora che il Prosecco non è tutto uguale.
Per far capire il valore che c’è dietro a certi vini, per portare alla conoscenza di molti
come sia necessario avere una visione di insieme per farne di originali rifuggendo
all’omologazione. È in queste cuvée che ogni anno gli Adami
si giocano la partita sul tema, contando proprio su quelle loro 34 impronte.
Solo così il “mescolare i vini” ha un senso ed è capace di dare grandi risultati.Solo
così il Prosecco Superiore che nascerà non sarà un Prosecco qualsiasi, ma l’espressione
dell’idea che quel vignaiolo ha del proprio territorio la cui ricchezza non va ricercata
più in termini di omogeneità enologica, ma nell’originalità che sanno esprimere le
“impronte” che possiede.



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