André the voice of wine

di Alessandra Piubello


Il vento che soffia su una landa di neve, un cavallo e una carrozza: un’immagine in bianco e nero che ricorda la Siberia. Una voce fuori campo che inizia a raccontare la sua vita dalla data di nascita. 24 novembre 1901. Poi appare, a colori, lui: André Tchelistcheff, il volto segnato dall’età, mentre si racconta. Sembra un uomo che ha vissuto molte vite, lo sguardo carsico di un’anima che viene da molto lontano. L’aura del mito. Ogni volta che sentivo parlare di André Tchelistcheff, per una frazione di secondo era come se il mondo si fermasse in un silenzio rispettoso. Dopo aver visto il film documentario realizzato dal pronipote Mark Tchelistcheff capisco il motivo della sensazione che percepivo. Mark, con delicatezza e profondità, svela in tutta la sua grandezza l’enologo e l’uomo. Una storia avvincente, drammatica, più che un documentario sembra essere un film romanzato, ma non lo è. La vita dell’enologo più importante del XX secolo fu davvero incredibile: la realtà supera la fantasia. «Ho impiegato dieci anni – ci racconta in un’intervista esclusiva Mark Tchelistcheff, regista di professione – a realizzare il film. Dal 2007 al 2017 ho lavorato intervistando personaggi del mondo del vino che l’avevano conosciuto (fra gli altri: Christian Mouiex, Steven Spurrier, Michael Salacci, Michel Lafarge, Warren Winiarski, Miljenko Grgich, Greg Lafollette, Francis Ford Coppola, Marchese Ludovico Antinori, Conte Gelasio Gaetani D’Aragona Lovatelli, Marchese Ferdinando Frescobaldi, Axel Heinz, n.d.a.), spostandomi in più Paesi contemporaneamente. Ho impiegato molto tempo a ricercare tutti i documenti di repertorio, le sue interviste originali, che sembravano essere andate distrutte, ma che, dopo estenuanti indagini, sono riuscito a recuperare». Guardando il film si comprende perché Mark non abbia mai desistito nel suo intento di ritrovare i filmati d’epoca: il vino si esprime attraverso la voce di Tchelistcheff (nel film è quella, straordinaria nella sua duttilità, di Ralph Fiennes). E alla fine del film, quando si sente la voce di un’intervistatrice affermare che molte persone dicono che André abbia contribuito alla gioia di molti, lui risponde: «Probabilmente, ma indirettamente, attraverso la voce del vino». André, la voce del vino. «Ho cercato di rimanere tutta la mia vita uno studente – dice André Tchelistcheff nel film – perché così significa imparare sempre. Conosco gente del vino che ha fatto una vendemmia e ripete la stessa per trenta volte. Io invece ho imparato da ogni singola vendemmia e ogni anno ne ho fatta una di diversa dalle precedenti». Tutti gli intervistati parlano dell’estrema modestia di quest’uomo, dell’amore immenso per il lavoro che faceva e per le persone che gli erano vicine. In Napa Valley, dopo aver lavorato trentotto anni per Beaulieu, presta la sua opera come consulente in varie aziende, prendendosi cura delle nuove generazioni. «Sono andato a lavorare dai giovani, amando la gioventù e pensando che avrebbero guidato il nuovo successo del vino in California. Mi sono dedicato a costruire una nuova generazione di wine maker, come avevo già fatto con la precedente».



«André aveva un incredibile senso dello humour – ci confida Mark – e la sua conoscenza era vasta, spaziava dalla letteratura alla politica. Era un aristocratico, discendente da una nobile famiglia di re e sovrani, ma la sua porta era sempre aperta per chiunque avesse bisogno di un aiuto nella vita professionale o privata. Era un vero uomo del Rinascimento. Era saggio, compassionevole e ha pienamente rappresentato gli ideali di generosità, tolleranza e condivisione. Voleva rendere il mondo del vino compartecipe della sua conoscenza perché il suo obiettivo era che il vino raccontasse la storia della terra in cui era nato. Voleva che i suoi allievi lavorassero bene per elevare il vino e renderlo protagonista. Lui non aveva ego, voleva essere un tramite». Sentiamo la sua voce che afferma: «Il vino racconta, oltre a noi, oltre le nostre vite, la storia eterna della terra, del sole, della roccia, del vento, della pioggia: noi dobbiamo renderlo immortale». André era una strana combinazione tra uno scienziato e un poeta olistico. Tecnicamente fu un pioniere nel processo dalla fermentazione a freddo, sull’uso della fermentazione malolattica, lavorò molto sulla prevenzione delle malattie della vite e sulle tecniche per controllare il gelo sulle piante (le chiamava “le sue bambine”). Ma non era “solo” un grande agronomo ed enologo. Era un genio e aveva il dono dell’immaginazione e della visione. C’è una scena emblematica nel film, quando André si gira con il calice verso la luce e lo guarda con una scintilla negli occhi. In quello sguardo si vede tutto l’amore e tutta la passione di questo gentiluomo d’altri tempi. Doveva essere una persona straordinaria e si capisce chiaramente, lungo tutto l’arco del film, che la sua nobiltà d’animo è pura e senza macchia. Dice bene Mark: «Non importa se chi guarda il documentario sia un wine maker, un dottore, un avvocato o uno studente: la testimonianza di vita di André è un messaggio per tutti». Speriamo che quest’opera autentica, intessuta di aneddoti, di grandi gioie (fra tutte il celebre judgment of Paris, dove i vini californiani alla cieca sbaragliarono i francesi: e il merito fu tutto di Tchelistcheff) e di sofferti dolori, possa presto arrivare in Italia. Sarebbe una grande opportunità per tutti noi.





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