Apertis verbis con Enrico Zanoni

di Giampietro Comolli


Una diversità organizzativa, un’anomalia tutta trentina, autonomista, quella dell’Istituto,
che non è un tradizionale Consorzio tuttofare, tutela e promozione, anche
se poi in parte svolge la stessa funzione. «No, c’è il Consorzio tutela vini Trentino
che svolge i compiti più burocratici, amministrativi, i controlli, le degustazioni
ufficiali e le certificazioni. L’Istituto è una peculiarità dedicata alla spumantistica
Metodo Classico, un’entità a sé stante con un C.d.A. composto dalle sole aziende
delle bollicine, che cura e promuove l’immagine e la valorizzazione del prodotto e
del marchio inscindibile», chiarisce subitoZanoni. Fanno parte dell’Istituto, in
forte crescita, 49 case spumantistiche, con 120 etichette, che nell’ultimo anno hanno
tirato circa 9 milioni di bottiglie, poco meno di 8 milioni stappate nell’anno, di
cui 7,2 destinate al consumo nazionale e circa 800mila all’estero. Negli ultimi anni
il TrentoDoc ha fatto segnare un’importante crescita in sintonia con l’andamento
generale delle bollicine italiane: bene sul mercato interno, con un incremento del
10-15% annuo sui mercati esteri, soprattutto Usa e Giappone.
Il TrentoDoc ha sicuramente nel retroterra dolomitico un plus, un patrimonio
mondiale riconosciuto dall’Unesco. Si parte dalle uve, in uvaggio, ma anche no,
di Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco. Il Trentino è sicuramente la patria dello
Chardonnay. Un’elaborazione lunga in bottiglia, una selezione accurata di lieviti
e vini, un dosaggio finale tendente sempre più al Brut, massimo livello per i vini
bianchi ottenuti solo da uve bianche, grazie al mix naturale di fiori bianchi e gialli
espressi all’olfatto. Inoltre il TrentoDoc negli ultimi anni è notevolmente migliorato
anche nella qualità diffusa, non solo per le grandi etichette: con tutto il Trento-
Doc si beve bene. «Felice di sentirlo dire. Merito anche di una politica dell’Istituto
molto attenta, sia nel valore qualitativo, ma soprattutto nella valorizzazione del
marchio collettivo. È sicuramente più facile gestire un’associazione di realtà diverse,
di imprese con obiettivi differenti, quando l’identità tipologica e la denominazione è
unica, forte, ben individuata». Ricordo quando (erano gli anni della mia presenza
a Trento, 1999-2003, n.d.a.) in Camera di Commercio si discuteva lungamente sul
termine Talento, e io ero fortemente contrario perché non risaltavano i territori
con le loro peculiarità. «È vero, per anni vi è stato un dibattito sull’utilizzo o meno
del termine Talento, in aggiunta a Trento- Doc, e su quale denominazione investire.
La scelta, netta, di puntare esclusivamente sul TrentoDoc, operata da alcune importanti
aziende del comparto (Cantine Ferrari e Cantine Mezzacorona, n.d.a.) è stata
fondamentale per iniziare e sviluppare il percorso di affermazione del marchio di
questi ultimi anni». Nel 1984 nasce l’Istituto, nel 1993 viene riconosciuta la prima DOC autonoma
in Italia per il Metodo Tradizionale, nel 2007 nasce il marchio TRENTODOC,
un tutt’uno scritto intero. «Un percorso semplice che ha trovato nella Camera di
Commercio un valido supporto, un aiuto istituzionale e soprattutto finanziario, che
ha quindi stimolato tutte le imprese a mettere la propria quota. Ecco una quota che
ha smussato gli spigoli, che accorcia le distanze, che riduce i gradini fra il piccolo e
il grande contributo, di conseguenza fra il brand più noto e quello meno noto. Per
questo il progetto promozionale innovativo degli ultimi 6 anni ha puntato tutto sul
marchio collettivo strettamente connesso e legato alla tipologia, al suo essere nella
mente del consumatore, al luogo dove è prodotto. Il progetto, nel tempo, si è anche
affinato per fare conoscere al pubblico l’intera entità collettiva, non individuale,
puntando sulla reputazione e la notorietà, cercando alcuni supporters e partners
come i MW e i sommelier, in modo che valorizzassero il marchio-brand in canali
strategici, in percorsi di conoscenza non contro qualcuno o come alternativa, bensì
come caratteristica autonoma e specifica che incontra un certo gusto e stile del consumatore



Ottimo come teoria, ottima come strategia verbale, ma il Prosecco DOC ha fatto
un altro percorso, un percorso inverso, guidato da un Consorzio di tutela molto
forte che ha unito soprattutto aziende o case spumantistiche aventi obiettivi, scelte,
identità molto simili, diversi da quelle che producono il Prosecco Valdobbiadene
DOCG Superiore. «Verissimo. Ma numeri, storia, condizioni, territorio hanno
guidato il nostro itinerario per un Metodo Classico che solo recentemente ha capito
l’importanza delle sinergie-separate. Difficile che tutto il Metodo Classico italiano
stia insieme, neanche in operazioni e/o azioni all’estero. Ancora il Talento insegna.
Mentre il Prosecco all’estero ha fatto conoscere le bollicine tricolori, ha aperto
strade commerciali, ma ha anche espresso un lato enoico italiano ancora sconosciuto,

ancora legato a un mondo produttivo industriale che elabora. Oggi il mondo sa
che l’Italia è anche un grande produttore di bollicine e questo aiuta il Trento-
Doc». Quindi il mondo delle bollicine italiane vive su un continuo sistema di separazioni
e di convenienza, di scelte autonome e indipendenti di ogni denominazione. «Non
possiamo e non posso dire che oggi i consorzi, o l’Istituto, siano in una posizione
avvantaggiata. Certamente, oramai circa 20 anni fa, era partita una nuova storia
legata alla tutela, all’erga omnes, alla volontà di ricercare una modalità basata sulla rappresentatività,
sull’uguaglianza di teste, ma anche sul diverso peso dell’impresa vitivinicola.
Anche questa una dicotomia-convivente che non ha completato un percorso, che non ha accontentato tutti, che ha
determinato passi avanti e indietro. È difficile trovare un saggio e giusto equilibrio.



Almeno tre sono state le strade che ci siamo trovati di fronte e che ancora oggi in molti
si trovano da affrontare: un abbandono quasi obbligato, trasformarsi in un altro
ente, credere in una nuova strada. Credo che la terza via, ancora oggi, sia quella che
riesce a focalizzare i bisogni di tutti, piccoli e grandi, certamente con tanta buona
volontà a fare sempre tutti qualche passo indietro per il bene del brand collettivo.
Certo che gli enti pubblici devono aiutare e incidere, anche grazie a strumenti nazionali
ed europei, come l’Ocm e come certe azioni a sostegno del consumo intelligente
nazionale. Una DOC si può dire che funziona, ma anche una DOCG se utile
e se voluta, quando diventa strumento collettivo territoriale, e tutti vi partecipano.
Non è un sogno nel cassetto, ma una necessità urgente, quella di snellire,
semplificare tutto il sistema associativo-organizzativo del settore vino, di cui la spumantistica
oggi è un fiore all’occhiello, e può essere un valido esempio per alcune
realtà che hanno saputo essere non palle al piede e carrozzoni, ma società di imprese
e di imprenditori. Certo occorre un sano equilibrio e condivisione da ricercare
nell’ambito del C.d.A. Non esiste più il tecnico tutto fare, la guida unica al comando.
La strategia deve essere scelta, unica, veloce ma condivisa. Anche questa è una
risposta chiara a doppioni, a lentezza, a burocrazia che frenano un percorso di
accesso ai mercati. Sempre nella massima garanzia della libera concorrenza e della libera
gestione produttiva, oggi un consorzio, o un istituto, deve anticipare i tempi,
saper guidare tutti, deve avere un quadro completo dell’entità produttiva, essere un
termometro e un osservatorio dei bisogni commerciali, saper interpretare un nuovo
modo di bere. La tutela è uno strumento fondamentale, sia DOC che DOCG, e può
dare un forte impulso soprattutto se ogni attività, ogni azione promozionale è l’espressione
di un impegno reale». Occorre apertura, concretezza, semplificazione,
aggregazione per velocizzare questioni burocratiche: questo il commento e
la sintesi del nostro prolungato colloquio che riprenderemo a breve davanti a un calice
di Altemasi Millesimato Brut in piazza Duomo a Trento. Soluzioni schizofreniche,
scelte limitate nel tempo, voglia di risultati subito non devono essere i punti
cardine del lavoro “consortile” e di un presidente di Istituto, come il TrentoDoc,
il quale altro non è (…così è se vi pare… diceva Pirandello) che un interprete, un
sintetizzatore, un aggregatore di imprenditori, di imprese, di formule, di progetti
diversi sempre rivolti solo al marchio collettivo, la cui forza sta nella qualità e nella unicità.



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