Baglio di Pianetto

di Cinzia Taibbi


Non ha importanza da dove arrivi, se da Palermo, attraverso le gallerie dell’antica linea ferrata che aveva proprio a Pianetto l’ipotetico capolinea, o se attraversando Santa Cristina Gela, lo spettacolo a cui si assisterai è lo stesso. Improvvisamente ti troverai immerso in uno scrigno di legno pregiato come è la Piana degli Albanesi. L’apparente semplicità del paesaggio lascia spazio a una suggestiva ambientazione, quasi ovattata, discreta, distaccata, capace di nascondere gioielli di inestimabile valore.

La comunità arbereshe che la popola da quasi cinquecento anni ha fatto sì che molto del passato rimanesse integro. Ovunque domina il silenzio. Le strade sono costeggiate da orti e filari di vigne, colture che danno armonia a una terra coperta da un velo di seta verde cangiante, tessute dall’uomo che tuttavia qui non palesa troppo la sua presenza.

Rallento, mi guardo intorno. Ogni qual volta passo da queste parti mi sento come una novella Alice in un mondo incantato; un mondo dove il conte Paolo Marzotto ha deciso di costruire Baglio di Pianetto, composto da una modernissima cantina e da una struttura recettiva, l’Agrirelais tinta con i colori del sole agostano su cui svetta la cupola di color rosso arancio che ricorda alcuni tra i più importanti monumenti palermitani, come la chiesa della Martorana e San Giovanni degli Eremiti.



A ricevermi trovo Renato De Bartoli, amministratore delegato dell’azienda, nonché figlio di quel Marco che ha contribuito a scrivere la storia della viticoltura siciliana. Renato è il rappresentante odierno della quarta generazione di vignaron in quel di Marsala, che ha deciso di acquisire altre esperienze in un’azienda molto più complessa. Mi conferma che Baglio di Pianetto è un’altra storia, diversa da molte altre.

Questa è un’azienda che nasce dall'amore per la Sicilia, mi racconta Renato, e la passione del conte Paolo per il vino, del quale Renato è da sempre complice, testimone e rappresentante.

Un'idea lungimirante applicata a una viticoltura sostenibile che tiene conto degli aspetti ambientali, sociali, economici e culturali. Ormai si contano già vent’anni di storia nei quali il vino, l’arte e il gusto del bello hanno avuto pari considerazione nella filosofia aziendale in ogni loro manifestazione.

Ogni cosa è curata; è lì perché è lì che deve stare, essendo capace di contribuire a creare un mix che distingue. Del resto non potrebbe essere diversamente essendo una perla che si coniuga ad una Sicilia bella, diversa da se stessa a ogni palmo. Solo chi viene da lontano se ne accorge e l’impatto è sconvolgente. Questo è un luogo che inibisce i pensieri; se si ha la fortuna di soggiornare in una delle magnifiche stanze di questa storica dimora di campagna, ci si rende conto che alla base di tutto vi è un pensiero nobile, avvezzo al bello, scevro da qualsiasi idea che potesse allontanarlo dal fine di dare ancora più valore a questa terra magica.



Un pensiero che ha spinto ha investire qui, così come fece in Val di Noto nella Tenuta Baroni sulla costa orientale della Sicilia, ricercando nei vini l’unione tra mare e montagna, tra sabbia e minerali, fra lo scirocco e le brume delle nubi che si abbassano così tanto da coprire di bianco i vigneti qui a Piana degli Albanesi.

Un crogiolo che coinvolge e fonde un po’ tutto, distinguendosi fra antico e moderno, fra ricercatezza e sobrietà, tra tecnologia e classe, tra vitigni autoctoni e alloctoni, tra salotti e stanze della musica, tra rosoli e paste di mandorla, tra terrazzi, giardini e una piscina che, ricavata in un terrazzamento, sembra librarsi sulle vigne. Il mio stupore, quasi fanciullesco, regala un sorriso a Renato che conosce questi luoghi ricordando con orgoglio la prima zampata dello scavatore, per scavare lefondamenta della cantina.

Leggo nel suo sguardo una certa soddisfazione per l’emozione che ha saputo trasmettermi, raccontandomi quest’azienda che continua ad ammirare come una creatura diventata adulta, alla quale ha donato le ali per volare.



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