Bologna

di Paola Cerana


Bologna, al contrario, pare salvarsi da questo rischio perchéda qualsiasi lato la si osservi – che riguardi il suo passato o
il suo presente, sotto l’aspetto culturale o economico, artistico o ricreativo, intellettuale o godereccio – si pensa subito ai suoi
pregi e non ai suoi difetti. Così si fa amare al primo incontro. Più che un colpo di fulmine è l’avvio di un innamoramento. Prende
consistenza via via che si approfondisce la conoscenza e sbocca in un sentimento che irrimediabilmente assorbe e cattura.
Bologna è femmina. Basta passeggiare sotto i suoi accoglienti portici per accorgersi dell’impalpabile abbraccio che avvolge,

facendo sentire le persone protagoniste di un microcosmo armonioso e rassicurante. È femmina come la sua cucina, così odorosa,
brodosa, generosa, completa. Una cucina che «merita una riverenza» come amava dire Pellegrino Artusi. Per questo, più che a una giovane

donna avvenente, Bologna somiglia a una procace madre. Madre che alimenta con le sue tradizioni
culinarie, che protegge sotto i suoi antri porticati, che diverte con la sua vena musicale,
che educa con la sua storica Università e, infine, che impone rispetto per i suoi
solenni palazzi.

una città generosa È facile sentirsi a casa qui. Anche il calore che trasuda dal riverbero rosseggiante delle mura, dei tetti e delle torri pare
voler dare il benvenuto. Così, idealmente partoriti da questo bel ventre, è difficile non lasciarsi andare e assaporare tutto
di questa generosa città. Molte delle felsinee seduzioni sono nascoste tra le sue pieghe,
un po’ come un tortellino fatto a regola d’arte che avviluppa nel suo cuore ripieno l’apice del sapore. È bene, dunque, regalarsi
il tempo per esplorarla tutta con la dovuta lentezza. Magari partendo da Piazza Maggiore, respirando l’atmosfera
medievale e rinascimentale dei suoi palazzi, solenne cornice del costante via vai di turisti che si mescolano ai tanti studenti
e ai bolognesi stessi. Se non fosse per l’animata presenza di moltissimi giovani, qui il tempo parrebbe essersi fermato
all’epoca di fanti, dame e cavalieri. D’obbligo una passeggiata da Piazza del Nettuno a Piazza di Porta Ravegnana per
alzare il naso all’insù e arrampicarsi con lo sguardo fino ai quasi 100 metri di altezza della Torre degli Asinelli. L’impatto
visivo che la Torre offre dall’alto è ancora più ipnotico e vale davvero la pena percorrere i suoi 498 gradini per gustarlo.
Da lassù, l’aura accogliente di Bologna si spiega nel reticolo rosseggiante delle strade e delle viuzze medievali che rivelano
un ordine geometrico dove pare impossibile perdersi. Anche se, sotto lo sguardo della Torre Garisenda
con la sua stravagante inclinazione, perdersi in questa città potrebbe regalare il
piacere di qualcosa d’inatteso. Dietro un angolo, sotto un portico, in un ristorante o in una
bottega, serendipiticamente. Perché, anche se palazzi, ville, chiese, teatri, musei e tutte le altre gemme storiche di Bologna
la incoronano regina culturale e architettonica, è forse tra la gente che si coglie fino in fondo la sua vera anima. Così
può capitare di sedersi al tavolino di una trattoria del centro, fare amicizia con l’oste e sentirsi raccontare con trasporto
i segreti sconosciuti ai più sulle meraviglie dell’Archiginnasio o del Collegio di Spagna. Ascoltare la leggenda del Portico
di Casa Isolani, i trascorsi della Bologna sotterranea o il mistero della drammaticità della Pietà di Niccolò dell’Arca
attraverso la piacevolezza della cadenza bolognese – magari davanti a un piatto di tagliatelle e un bicchiere di Pignoletto
– aggiunge un sapore in più a un menù già ricco. E se siavesse anche il tempo di uscire dal cuore storico della città,
si verrebbe catturati anche delle sinuose curve che profilan i dolci colli bolognesi, altrettanto generosi di bellezze da
esplorare. Tra abbazie, vigne e tartufi, ogni sosta nel verde che ossigena Bologna corona un’esperienza piena, schietta,
totale. Il perfetto epilogo di un piacevolissimo viaggio tra sacro e profano che sazia corpo, mente e spirito, di cui non si
può che rimanere eternamente innamorati.



FICO, la grande sfida Se Bologna può essere considerata l’ombelico d’Italia, FICO mette l’Italia
al centro del mondo. Questa la mission che campeggia sulla homepage del più grande parco agroalimentare del mondo, inaugurato lo
scorso 15 novembre. FICO Eataly World – Fabbrica Italiana Contadina – nasce per raccogliere e mostrare la ricchezza della biodiversità italiana
in un unico immenso spazio dove avventurarsi con tutti i sensi. Non poteva che essere a Bologna!
I numeri di FICO sono impressionanti: 10 ettari percorribili a piedi o in bicicletta; 2 ettari dedicati a campi,
orti e stalle con oltre 2.000 cultivar e 200 animali; 700 posti di lavoro più l’indotto; 40 fabbriche per la
produzione di carni, formaggi, pasta, tutto insomma; almeno 45 punti di ristoro, tra bistrot, ristoranti stellati
e chioschi street food; 6 “giostre” educative dedicate a temi legati all’ambiente; decine di educational
e di eventi al giorno; un centro congressi capace di ospitare fino a 1.000 persone.
In pratica FICO si propone come una gigantesca vetrina permanente del buono e del bello del nostro Paese, raccontandone valori, tradizioni
e innovazioni che legano mestieri, persone e territori. Mezz’ora di navetta dalla stazione di Bologna e si entra gratuitamente tutti i giorni in
quella che è stata ribattezzata la Disneyland del cibo. Certo, si deve ammettere anche che dietro l’immagine contadina che il
parco sfoggia si innerva un calcolato business mosso da affilate scelte strategiche. Il rischio è che ciò che si mostra a FICO sia “solo” una selezione
elitaria di una realtà più complessa e contradditoria che resta esclusa dal grande spettacolo. Perché la realtà agroalimentare non è
fatta solo di “buono e bello”, ma anche di sudore e fatica, di raccolti persi a causa delle intemperie o di pandemie che colpiscono pascoli e
piantagioni. Tuttavia, è anche per fronteggiare meglio questi rischi che ha senso la sfida lanciata da FICO, per far confluire attenzione, risorse
e rinnovata passione sull’agroalimentare italiano, trovando in Bologna la sua vetrina ideale.



A tavola la riverenza è d’obbligo La cucina bolognese mette tutti d’accordo. Che si tratti di un boccone
di Parmigiano Reggiano acceso da aceto balsamico o di un profumato affettato di mortadella o, ancora, di un piatto di cappelletti o tortellini
freschi in brodo di cappone, è impossibile restare insoddisfatti. La riverenza è d’obbligo. I sapori pieni e sinceri della tradizione resuscitano
anche nelle più audaci rivisitazioni quando la materia prima rispetta i valori della terra e della lavorazione. FICO offre l’eccellenza della ristorazione
con un ventaglio di soste del gusto che accontentano tutti i palati: un elogio alla dieta mediterranea, alla salute e al benessere. Ristoranti
stellati e trattorie, bistrot e chioschi, pizzerie e caffè promettono il meglio del cibo nel rispetto dell’ambiente e degli sprechi. La filosofia
è quella di utilizzare in cucina solo ciò che viene prodotto e lavorato all’interno di FICO: un circuito chiuso, un anello perfetto. “Fico”! E una
volta usciti da lì, com’è bello rituffarsi per le strade rosseggianti di Bologna e sedersi, così a caso, al tavolino di qualche sconosciuta osteria,
richiamati semplicemente da quel buon odore di cucina che sa di casa.



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