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Ca' del Bosco

di A. Zazza


L’inizio del mio “fare” aveva il sapore di una paterna punizione per le mie intemperanze giovanili. Un esilio coatto in un podere senza acqua né luce, dove cercare risposte ai miei interrogativi, iniziando a fare vino e trovando la spinta per salire su un pullman che da “Piazza Castello” mi avrebbe portato nella campagna francese in compagnia di vignaioli che, agli occhi dei miei sedici anni, sembravano tutti estremamente vecchi. Fu il mio viaggio verso Damasco e l’illuminazione, tanto da trovare, al mio ritorno, il senso di quel mio piccolo mondo agreste in cui ero capitato. Lì, iniziai a costruire un sogno che, nella mia mente, diventava qualcosa di sempre più grande. Non m’interessava quanto fosse difficile da realizzare, poiché il manifestarsi di quella positiva e creativa follia che mi avvolse e che ancora oggi mi abbraccia saldamente, mi dette la forza di non demordere e credere che tutto fosse possibile. Così è nata Cà del Bosco.


Chi non osa nulla, non può sperare in nulla.


Da un impeto giovanile, da chi ha sempre amato visceralmente le grandi sfide, cercando di pensare in grande e abbinando alla sua innata positività, una buona dose di creatività e buongusto. Così si avviò quel motore che ancora oggi muove le cose ed è in continua evoluzione, sapendo che il traguardo raggiunto è solo l’inizio di un nuovo percorso, ricco di altre idee e di più ardue sfide.


Ca’ del Bosco e’ un luogo di frenetica serenita’, un simbolo di laboriosa pacatezza. Si dice che le grandi opere nascano da piccole opportunita’ e spesso derivano da convergenze che, all’apparenza, hanno ben poco di positivo

Ho cercato di divertirmi nel fare il mio mestiere e non ho mai fatto nulla per sentirmi gratificato dagli altri o per farmi credere un illuminato.
Intorno ho mille testimonianze di altri uomini e donne che possedendo il mio stesso desiderio di sfidare la vita, hanno intrapreso con successo strade che li hanno condotti in alto. Del resto per vivere la vita, che ci piaccia o no, che ne siamo consapevoli o meno, ci vuole “arte” e questa necessita ancor di più a chi si prefigge obiettivi fuori dalla propria portata. È così che sono nate le grandi cattedrali, da semplici pietre poste con armonia una sopra l’altra. Collocate in un progetto di grande senso estetico, bello e artistico, con una sua ragione d’essere e una sua filosofia, la stessa che io ho sempre ricercato nel vino.
Personalmente credo che un gran vino non sia nulla se attorno ha solo ruderi e macerie; produrlo è un’arte che richiede un animo signorile, capace di rispettare la natura e assecondare il tempo, diventandone interprete e rispettoso spettatore. È questa l’idea che ho sulla vera natura del lavoro di vignaiolo, su quanto sia importante la “bellezza” di un vino e di come essa debba essere rappresentata per esaltare e narrare il genio che ha contribuito a realizzarlo, al pari di ciò che altri fanno con la pittura, la scultura o l’architettura. Tutto deve essere rapportato all’applicazione pratica del proprio saper fare, sforzandosi d’innalzare l’asticella ai più alti livelli, non perdendo di vista ciò che circonda il tutto. Chi produce vino deve conoscere la genetica, la geologia, l’ampelografia e le tecniche produttive; ma deve anche conoscere i limiti e le potenzialità di cui dispone in termini di capacità imprenditoriali che non possono distaccarsi dalla tradizione, dalla cultura e dalle conoscenze che caratterizzano ogni luogo e contrada. Un artifizio che muta di continuo, senza certezze, dove non tutto è riconducibile alle personali doti artistiche e non tutto al fato o ai Santi. È per questo che non bastano neppure la conoscenza o l’attenta lettura delle potenzialità a nostra disposizione per far sì che le cose accadano.



Dopo anni sono ancora qui a cercare di capire, a interrogarmi, ad elaborare nuovi progetti, avendo la pazienza di trovare gli innesti, riuscendo a imbrigliare, ogni tanto, quel demone ribelle che mi condurrebbe a fare chissà quale follia, tanto restio è ancora alla calma e alla quiete.

Il risultato finale ?


Non dipende da un elemento o dalla somma matematica di più termini, ma dall’equilibrio che riusciamo a costruire con tutto ciò di cui disponiamo, miscelandolo come farebbe un bravo cuoco che crea la portata finale con elementi carpiti dalle esperienze più svariate, perché ogni cosa, piccola o grande che sia, è la tessera di un grandioso puzzle che rappresenta un volto: il proprio.



Vorrei lasciarmi andare, ma mi accorgo che anche gli anni passati e l’esperienza che mi hanno concesso sono parti di quel tutto che vado costruendo, certo di poter affermare che produrre vino non è una parte della mia vita, ma la mia stessa vita; ciò che faccio non lo considero un lavoro, ma passione pura e aria per i miei polmoni. Mi lega a sè da così da tanto tempo, che quando mi fermo un secondo mi accorgo che i miei figli sono cresciuti e diventati grandi senza che io me ne accorgessi. Sono ragazzi intelligenti e voglio pensare che abbiano capito quanta abnegazione abbia profuso per Cà del Bosco e per questa terra di Franciacorta. Un territorio che mi sono impegnato a valorizzare, cercando di far comprendere agli altri produttori di questo meraviglioso areale che puntare all’eccellenza non deve essere un obiettivo finale, ma una quotidiana scelta di vita. Per riuscire meglio in quest’opera di convincimento ho accettato anche l’incarico di Presidente del Consorzio della Franciacorta, con lo scopo di richiedere, proprio a questa base associativa, una trasformazione degli schemi mentali, un salto qualitativo intorno ad un progetto comune e di più ampio respiro, che non può essere legato solo al business che genera mostri senz’anima. Niente del bello che c’è a questo mondo esiste per un mero proposito economico e senza il contributo di chi mette in ciò che fa la passione e la sua stessa anima.



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