Ca' di Farra - Il respiro del cambiamento

di Andrea Zanfi


La sua bellezza – e non sono certo io a scoprirlo – ha qualcosa di inconsueto, quasi di strano. Come quella dei luoghi capaci di suscitare stupore anche, e forse soprattutto, perché manca loro qualcosa. Quasi che, in questa terra vitivinicola ricca di straordinarie potenzialità, il fare trenta non sia affatto una garanzia di poter fare anche trentuno. Una terra che c’è, è bellissima, riesce ad affascinare, ma…
Forse il suo giunonico gongolarsi in così tanta opulenza le impedisce di darsi pienamente, di avere una sua identità specifica nel panorama enologico nazionale, di essere qualcosa di diverso da quell’evanescente tutto o niente che sembra rappresentare il suo destino.
Da anni ormai ne seguo, talvolta da più vicino e talaltra da più lontano, il divenire lento, ritmato dai pregi e dai difetti di una cultura che ormai ho finito col conoscere piuttosto bene. Eppure, anche per me, l’Oltrepò resta un enigma insolubile, reso perennemente oscuro dall’atavico individualismo anarchico che anima i suoi vignaioli, perennemente intenti a creare nuovi vini e nuove etichette destinate via via a moltiplicarsi ulteriormente. Come dar lor torto, del resto? Basta uno sguardo ai loro vigneti, tanto belli da avvolgerti in un armonico concerto di sensazioni, per capire quanto questa terra sia naturalmente vocata alla viticoltura. Le piccole frazioni, gli aguzzi campanili intorno ai quali si aggregano comuni di 200 anime, quasi tutte di vignaioli, fanno dell’Oltrepò un posto antico, un mondo d’altri tempi, adatto sia a chi ama il buon vivere sia a chi cerca semplicemente una pausa alla frenesia che ormai ci avvolge tutti. Qui è come se il tutto facesse capo alle stagioni che regolano l’andamento della vite e la maturazione delle uve. Il resto? Una parentesi in una sinfonia incompiuta, e forse per questo decisamente sottovalutata. Del resto non è forse un gran male – e certamente qui sono in molti a pensarlo – se questo territorio che fiancheggia la A21, scorrendo veloce lungo una striscia d’asfalto percorsa da un fiume di veicoli, ha avuto molta meno attenzione di quella che meriterebbe. Il suo non essersi trasformato in sistema/territorio, insieme alla mancata comunicazione della sua bellezza, non avrebbero favorito un isolamento destinato in ultimo a salvaguardarne l’integrità? Il prezzo che l’Oltrepò continua a pagare per
questo isolamento è però carissimo. Uno dei più grandi territori vitivinicoli d’Italia, anziché trasformare le sue potenzialità in opportunità, sembra divenuto preda dell’incapacità dei produttori di organizzarsi e di dare vita a una strategia davvero in grado di valorizzare la ricchezza che a questo territorio è intrinseca. C’è però chi dice che ora qualcosa stia cambiando. Stento a crederlo, anche di fronte a figure come quelle di Luca Bellani di Ca’ di Frara che, ritornato nell’azienda di famiglia, ha deciso di costruire il suo futuro fra queste vigne: «…forse, il problema maggiore dell’Oltrepò è rappresentato dal fatto che qui la coltivazione della vigna è per lo più una storia familiare. Chi cresce tra i filari e in cantina, finisce per diventare un tutt’uno con la sua terra, limitandosi a valorizzare il suo fare e il ruolo avuto in eredità, senza comprendere che cosa significhino parole come aggregazione e territorialità e disconoscendo qualsiasi azione che vada al di là del proprio orticello. Del resto, chiunque respiri questi silenzi sin dal grembo materno, non ha alternative. La sua è una storia già scritta, una volontaria costrizione che poi diventa necessità, sopravvivenza, abnegazione…».
Si accorge di non avermi convinto. «Perché – sembra silenziosamente domandare il mio sguardo – altrove è andata diversamente?», «Per chi come te viene da lontano è facile parlarne e scoprire i crucci e le crepe che andrebbero riempite, ma per chi vive fra queste vigne e segna i confini delle sue terre con una vite non lo è. Guarda me. Sai benissimo che di qui me ne sono andato proprio perché tutto mi stava stretto e mi mancava.



Eppure, stando lontano, di quest’aria mi è tornata la nostalgia. Così, eccomi qui, convinto che qualcosa può finalmente cambiare e che con i miei vini potrò disegnare il mio futuro». «Il tuo futuro qui?», rimarco polemicamente. Il suo piglio è convinto: «Qualcosa l’ho fatto, qualcosa lo sto facendo. Certo i sacrifici sono tanti e mi rendo conto che mia la vita finisce per maturare con quelle viti, con quei grappoli, inseguendo le vendemmie. Ma vado avanti, perché quello che fac
cio mi appassiona e mi accorgo che il mio vino è diventato il mio modo di raccontarmi agli altri. E la mia idea di vino, divenuta il mio pensiero costante e la mia preoccupazione quotidiana, si radica proprio – ora finalmente lo vedo con chiarezza – in questo cuneo di territorio lombardo che si insinua fra l’Emilia e il Piemonte. Da qui viene la mia storia e qui me la giocherò».
Il tono deciso della sua voce, nel raccontarmi la storia della sua azienda, tradisce un coinvolgimento autentico: «È in questo contesto incantevole che, nel 1905, nacque la nostra azienda. Fu allora che il mio bisnonno decise di acquistare nel comune di Mornico Losana, frazione Casa Ferrari – in dialetto locale Ca’ di Frara – alcuni appezzamenti di terreno vitato.
A questo corpo iniziale si aggiunsero ben presto altri terreni del comune di Oliva Gessi, applicando una scrupolosa attenzione nella conduzione dei vigneti. Proprio questa attenzione ci avrebbe permesso, in seguito, di procedere a una conversione biologica dell’azienda. Così, già alla fine degli anni settanta fummo i primi a impiantare nei terreni di Oli
va Gessi il Pinot Grigio, il Pinot Nero e il
Riesling, i vitigni cioè che sarebbero in seguito diventati il fiore all’occhiello della produzione aziendale. Nel comune di Mornico Losana invece, i cui terreni apparivano fin da allora già diversamente vocati, a prevalere fu la tradizione dei vitigni rossi: Pinot Nero, Croatina e Barbera».
«E oggi – quasi lo interrompo – che cosa sta succedendo a Ca’ di Frara?». Il volto che mi guarda è quello di un uomo soddisfatto di ciò che sta facendo: «Ogni giorno progetto e penso a un futuro diverso, con la convinzione, forse una segreta certezza, che possa farcela, che ciò che sogno possa davvero accadere, che tutto sia possibile.
E la conferma mi viene dagli apprezzamenti che, dandomi energia e slancio per andare avanti, i miei vini ricevono. Avrei potuto fare dell’altro nella vita? Forse, ma al caro prezzo di recidere quel vitale cordone ombelicale che mi
lega a queste viti e alle generazioni che mi hanno preceduto. Così resto qui, lavorando affinché, per me e per questo territorio, le cose cambino».
E forse, di questo cambiamento, percepisco per la prima volta il profumo nella brezza serale che avvolge ormai il racconto di Luca.





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