Collalto

di Cinzia Taibbi


Secondo voi cosa avrebbe potuto chiedere il Principe di Collalto alle proprie figlie?

D’essere delle brave mogli e delle buone madri, essendosi prodigato per istruirle ed educarle a tal fine, con l’intento di renderle le migliori docenti della generazione che avrebbero procreato.
Al resto avrebbero pensato i figli maschi o, in alternativa a questi, i generi.

Ma se i primi non sono arrivati, e i secondi hanno sempre avuto altre passioni e fini a cui dedicarsi, ecco sorgere la necessità di trovare chi prendesse le redini del blasone familiare.
Questo è toccato a Isabella, la quale, pur avendo ormai tracciato la propria vita lontano da queste terre trevigiane, si scoprì forgiata per dirigere l’azienda familiare e predisposta a ricoprire il ruolo di rappresentante della dinastia, presente su questo territorio da prima dell’anno 1000.
La osservo, ne seguo le movenze e l’eleganza con cui narra la storia della famiglia, rimanendo affascinato dalla disinvoltura con la quale dipana il filo di Arianna della sua vita, che la vede figlia, moglie, madre e imprenditrice, senza mai sentirsi a disagio in nessuno di questi ruoli, neanche quando si sente previlegiata o nell’essere additata come un “custode” o un semplice anello di una catena che ha legato tutte le generazioni dei Collalto a questo areale vitivinicolo e al maniero che vigila la vallata sottostante da oltre otto secoli.



Ovunque vi sono vigneti, boschi e ancora vigneti.
Un tappeto verde disegnato da mani esperte che non hanno lasciato niente al caso, segnando, con un tratto forte, la storia.

Da Bruxelles a Conegliano, dai corridoi degli uffici dell’Unione Europea agli uffici dei consorzi vitivinicoli della zona, dai salotti di quella cosmopolita capitale ai filari dei vigneti fino alla cantina. Nessun pensiero, fino a qualche anno addietro, le avrebbe mai fatto supporre di dover ritornare a Susegana per produrre vino, così come non avrebbe mai pensato che quasi subito si sarebbe sentita a casa ogni volta che sarebbe tornata qui da qualsiasi viaggio l’avesse condotta lontana; emozione percepita fin da quando attraversa il Piave.

Poter osservare le vecchie e rassicuranti pietre del Castello, che riescono a tranquillizzarla, le dà forza e la consapevolezza di sentirsi protetta da qualcosa che le appartiene.



Ascolto il suo racconto. Prendo appunti, accorgendomi che anche lei lo sta facendo, riempiendo le pagine bianche di un nuovo libro: il suo. È giusto e bello che sia così.
Le parole le sono dettate dall’eredità morale e intellettiva che le appartiene e la collocano qui, dove deve stare; la principessa di questo splendido paesaggio. L’ascolto, mentre le pietre mi distraggono, mi parlano raccontandomi dei periodi di pace che queste colline hanno visto, così come di quelli scanditi dalle guerre che hanno lasciato il segno e inciso nella memoria.
Mi emoziona ascoltare questi ciottoli e mattoni, come il sentire la “signora del castello” parlarmi del vino, immaginandola camminare fra le vigne per carpire ogni pur piccolo segreto della magica arte di fare vino.

Il possente maniero si scaglia verso il cielo, tutto sembra immobile, invece intorno vi è una fucina di pensieri, di idee e di progetti. Tutto è in fermento, tutto è in cammino e sta rivalutando le tradizioni e il tempo.

C’è aria di cambiamenti, il desiderio di disegnare un futuro nuovo per Collalto, intraprendendo una nuova e più coraggiosa strada, avendo per compagna un pizzico di sana incoscienza, pur sentendosi responsabile non solo del risultato economico dell’azienda, ma anche dell’integrità del suo prestigio, mai venuto meno in questi secoli.
Il suo pensiero corre ai figli, a quando cederà loro la mano, a questo scrigno di pietre e terre capace di tenere legati per così tanto tempo tutti i Collalto: un forziere che si palesa solo a chi ha l’animo fiero, l’amore per queste pietre e la passione per questo vino.


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