Castello: La pipa artigiana nel mondo.

di Rocco Lettieri


La pipa, da quel che si sa, ha origini antichissime e notizie e leggende si fondono, dando credito puramente alla fantasia. Le prime vere pipe furono quelle in uso fra le tribù indiane del Nord America; queste rivestivano un ruolo essenziale nella vita socio-politica e privata e si può affermare che da quel periodo la pipa venne affiancata al nome tabacco. Le prime pipe apparse in Europa, ai tempi di Elisabetta I erano in argilla, costruite in un unico pezzo e caratterizzate da un fornello molto piccolo a forma di botticella inclinata leggermente in avanti. Queste pipe erano dotate di un supporto per poterle appoggiare e di un bocchino lungo circa 30 cm. Più tardi, all’inizio del ‘700, il supporto divenne uno sperone, il fornello aumentò di dimensione e la pipa assunse un aspetto più ricercato; apparvero i primi marchi di fabbrica. Sul finire del ‘700 fecero la loro apparizione le pipe in legno, ricavate da essenze diverse: dal bosso al palissandro, dalla rosa al faggio, dall’acacia al pero, dal castagno al ciliegio e all’acero. Agli inizi dell’Ottocento la pipa di legno si diffuse a largo raggio in tutta Europa.



L’ultima pagina della storia della pipa si ha intorno alla metà dell’800 con l’apparizione sul mercato di un’essenza nuova: la radica. Questa essenza altro non è che l’escrescenza della radice dell’Erica Arborea. La pipa di erica, per le ottime qualità fisiche di resistenza al calore della brace e per l’infrangibilità, prese sempre più piede, soppiantando ogni altro tipo di materiale in uso fino ad allora, giungendo ai giorni nostri come regina indiscussa delle pipe. L’evolversi della pipa in radica comportò mutamenti oltre che stilistici anche di natura tecnica e commerciale; uno di questi riguarda il bocchino, un tempo realizzato in costosa ambra, avorio o corno, poi nella meno cara ebanite, infine in metacrilato o plexiglass. L’Italia, sfruttando la felice posizione geografica al centro del Mediterraneo, diede l’avvio dello sfruttamento a carattere industriale delle sue risorse naturali, creando dei veri centri di raccolta e di sgrossatura del ciocco in Calabria, regione ricca di questi legni e anche di grosse dimensioni. Nel 1886 il nostro Paese si impose con una produzione industriale dovuta all’iniziativa di Ferdinando Rossi; produzione che dapprima interessò solo il mercato europeo, ma che a partire dal 1889 si affacciò su quello mondiale diventando, nei primi anni del nuovo secolo, uno dei più grossi fornitori di pipe del Sud America. Il cammino dell’industria italiana in tale settore vede, nell’ultimo dopo guerra, il suo affermarsi per merito di alcune fabbriche del Nord, principalmente del varesotto e del comasco, i cui nomi hanno saputo conquistarsi un posto prestigioso sui mercati esteri, proponendo prodotti caratterizzati da una linea che interpreta, con un gusto tutto latino, sia le tradizionali forme classiche sia quelle libere. Carlo Scotti 72 anni di tradizione artigianale La leggenda attribuisce al generale George Custer un’affermazione tra le più nobili e forse tra le più sublimi: «Il denaro e la ricchezza devi prima o poi abbandonarli, ma la gloria, quella la porti con te in eterno». Si direbbe che l’espressione sintetizzi nella forma più convincente tutta la vita del Cavalier Carlo Scotti che del proprio lavoro non ha mai voluto fare esclusivamente una piattaforma di lucro e di speculazione, ma ha sempre cercato la gloria del nome, la fama, il prestigio. Nato e vissuto in Svizzera, ma italiano per cittadinanza e adozione, iniziò la sua attività nel 1947 a Cantù, dopo aver sperimentato la produzione presso terzi che non riuscivano a dargli quelle soddisfazioni che egli andava cercando nel lavoro, come impegno morale ed espressione di personalità. Depositò allora il suo marchio e finalmente uscirono quelle famose pipe Castello, che sono una vera manifestazione artistica per la pregevolezza della fattura e per l’originalità delle forme, atteggiate nella perfetta fusione del classico con il moderno. Carlo Scotti diede sfogo a tutta la sua fantasia, alla sua ricchezza creativa, realizzando modelli che ancora oggi affascinano per certe impensabili soluzioni formali che rivelano un gusto squisito. Basta osservare con quanto amore le persone girano e rigirano tra le mani una creazione Castello, dalla quale si ha l’impressione che non vogliano mai staccarsi.



E, qui a Cantù, si lavora ancora pazientemente a mano, perché la macchina ha soltanto una funzione di ausilio, una specie di mezzo occasionale che non potrà mai sostituirsi all’accurato lavoro dell’artigiano altamente specializzato. Le sue funzioni volitive si esprimono nell’azienda attraverso una guida sicura e decisa che riassume la capacità stessa di creazione che caratterizza il laboratorio, e in questo, dopo la sua dipartita (nel 1988), è stato validamente coadiuvato sia dalla figlia Savinella, sia dal genero, Franco Coppo, che hanno appreso dallo stesso Scotti i segreti di una lavorazione oggi universalmente apprezzata. Si potrebbe affermare che le pipe Scotti fatte all’antica, tutte a mano, compresi i bocchini, non rendono in tutta la sua completezza il sistema di produzione che, teniamo a ripeterlo, si fonda essenzialmente sulla qualità. Quando si pensa che vengono realizzate pipe del valore di circa 800 euro ciascuna, non si vuole cadere in una esagerazione, ma semplicemente dare il quadro di una realtà concreta. Con i suoi otto operai, tutti specializzati, il Cavalier Carlo Scotti nel tempo ha creato un capolavoro, ha costruito il monumento più bello, rappresentato dal suo stesso nome che corre ormai sulla bocca degli intenditori quale sinonimo di perfezione e di classe. Due fasi distinte hanno caratterizzato la vita aziendale: quella degli inizi, faticosi, incerti, non sempre felici e quella dell’esplosione, collocabile intorno al 1953, quando il marchio del laboratorio di Cantù si impose a livello mondiale. E si badi bene che, all’enorme quantità di pipe che ogni anno vengono vendute, il contributo della Scotti è numericamente modesto. Il suo peso è tuttavia determinante per elevare il tono del prodotto, che si raccomanda proprio per le sue intrinseche virtù. Ancora oggi, il genero Franco Coppo, fedele agli insegnamenti del suocero, raccoglie il frutto del suo lavoro, che per lui non è facile, ma che dona gioia autentica di creazione, gusto inebriante di realizzazione artistica. Come un autentico cavaliere che porta nel mondo la gentilezza dei costumi e il miracolo della fede, Franco Coppo mette nel suo lavoro, la delicatezza della poesia, così congeniale al suo spirito, così aderente alla sua personalità. Egli è ancora l’esempio originalissimo dell’artista artigiano, del gentiluomo colto e raffinato che ha saputo conciliare mirabilmente le esigenze pratiche con le più elevate ambizioni dello spirito, mai pago delle mete raggiunte. Nello spirito di Carlo Scotti ma anche di chi non ha rinunciato a una Castello, come il presidente Pertini, Cossiga, Bearzot, Alberto Rusconi, Lucio Dalla e, all’estero, Nasser, Ford, Wilson e altri “fumatori” ancora in vita che ritornano a Cantù per scegliere una pipa nuova e lasciare quella vecchia in ricordo del grande maestro che fu il Cavalier Carlo Scotti.



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