Castellucci Miano

di Cinzia Taibbi


È fantastico trovarsi al cospetto dei “sarti del vino”.

Non c’è appellativo più calzante per definire il lavoro svolto da questa azienda la quale, seppur nata dai resti di un cantina sociale di Valledolmo, ai confini della provincia di Palermo, è conosciuta per essere uno dei piccoli gioielli enologici siciliani.

Piccola nelle dimensioni, ma quanto mai preziosa, come una pietra la cui minor grandezza non corrisponda a un minor pregio.

L’artigianalità è la regola in questi luoghi. Dietro c’è la volontà, strettamente legata al bisogno, di seguire ogni capillare passaggio del settore viticolo a causa della locazione dei vigneti sparsi un po’ ovunque su queste Madonie, caratterizzati da alberelli di viti molto vecchie, ognuna delle quali, essendo unica, richiede un intervento specifico a misura d’uomo.

Non ci sono estensioni vitate, ma orti di viti posti anche oltre i 1.050 metri s.l.m., non più grandi di un ettaro, ai bordi dei quali si trovano piante di fichi, mele o pere, e poco più in là colture di grani antichi.

Questa è una Sicilia arcaica, posta al centro del “continente siciliano”, lontana dalla costa, dal traffico e da qualsiasi frastuono. Qui comandano il vento, il sole e la pioggia. La padrona è Madre Natura cui rispondere oggi come ieri, come facevano i vecchi vignaioli, chini sulla pianta a contare i grappoli che devono essere portati a maturazione.



Questa è ancora una Sicilia poco conosciuta, dimenticata, ma ricca di suggestioni e di strade seducenti che si arrampicano verso vecchi Bagli posti in alto, molto in alto, dimenticate e con buche grandi come fossati. Qui nascono grandi vini, perché queste sono terre da vini.

Qui il Catarratto assume nobiltà assoluta, il Perricone diventa cavaliere e ambasciatore di una viticoltura di montagna in grado di far esprimere ai frutti il sapore di terra, di storia e di volti che hanno nomi. Il merito maggiore di questo piccolo miracolo va dato all’ostinazione del direttore generale, Piero Buffa, e al genio dell’enologo Tonino Guzzo, il vero valore aggiunto a questa viticoltura, capace di far produrre dei bei vini a un piccolo e storico areale vitivinicolo che conta su una mano d’opera locale per la quale queste vigne sono un punto di riferimento vitale. Anzi direi quasi un vanto che va oltre la realtà aziendale.

Sono le rughe di quei volti a garantire la genuinità del vino che piace perché è “leale” e risponde perfettamente a ciò che ti aspetti da un prodotto naturale realizzato a queste altitudini.

Una scommessa, forse una sfida certamente importante sia per la proprietà sia per gli uomini che l’hanno colta. Già nei primi anni del Novecento, in questa zona, come mi conferma il presidente dell’azienda, Salvatore Barone, c’erano quasi 800 ettari di vigneti ad alberello, tra Perricone e Catarratto; oggi ve ne sono poco più del 10%. Un patrimonio genetico che ha rischiato di scomparire, ma che invece resiste grazie a nobili persone che con il loro impegno sono riuscite a far ottenere la DOC Valledolmo al territorio-



Non deve essere stato facile presentarsi al mondo con due soli vitigni e per di più quasi sconosciuti. Per il mondo la Sicilia è ancora Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Grillo o Moscato; ma la diffidenza iniziale è scomparsa davanti alla qualità di questi vini e alla loro marcata identità territoriale.

L’identità premia, il territorio premia, la volontà e la perseveranza premiano, così come la capacità di sdoganare ciò che altri non consideravano.

Un bel messaggio per una Sicilia che sta ancora cercando una sua identità enologica scevra da mode, ma ricca di sostanza.



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