Codice Citra vini volti valori

di Pasquale Porcelli


Codice CITRA

Storia di un nuovo perlage italiano

di Pasquale Porcelli

Mi affascina sentir parlare di questo “Codice Citra”, tanto da riportarmi alla mente le scene di un famoso film diretto da Ron Howard, e l’emozionante lettura del più noto romanzo di Dan Brown.

Scopro invece che il nome mi conduce a una delle realtà vitivinicola più importanti d’Abruzzo, cosa che non sminuisce le mie aspettative, anzi le accresce soprattutto quando mi sento raccontare, da Valentino Di Campli, non solo la trama della nascita di questa cooperativa di II livello che lui presiede ormai da diversi anni, ma anche quella del sistema viticolo che rappresenta come Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini d’Abruzzo, trovando delle parole pacate, serene che mi affascinano per tono e garbo quanto e più di un bel romanzo; parole con le quali descrive le infinite sfaccettature che hanno regolato e disciplinano la vita di una moltitudine di personaggi e conferitori di quelle piccole e medie cooperative che formano la spina dorsale di Citra. Uomini che si sono dedicati alla valorizzazione dell’idea stessa di un sistema produttivo cooperativistico, identificandosi in esso e nel valore che riusciva a dare al territorio, sapendo quanto fosse vocato per la viticoltura, tanto da renderli interpreti di storie e tradizioni su grandi vini e sull’idea di essere ora ambasciatori di un nuovo perlage italiano.

Ecco che mi ritorna alla mente la storia, quella in cui si parla della vite, scoprendo quanto sia legata ad antiche leggende che, a loro volta, cercano di raccontarne l’origine. Anche gli antichi si interrogavano sull’origine della parola “vino” che, secondo un’ipotesi, deriverebbe dal sanscrito “vena”, termine formato dalla radice “ven”, “amare”, da cui sarebbe derivato anche “Venus”, la dea Venere. Altri ne attribuiscono la derivazione invece dall’antico ebraico “iin” che, attraverso il greco “oinos” sarebbe arrivata ai latini. Dal quel lontano latino “vinum” – che Cicerone fa derivare da “vir” e “vis”, rispettivamente “uomo” e “forza” –, anche attraverso rielaborazioni di lingue celtiche, hanno avuto poi origine i diversi termini in altre lingue. Così quando mi sento raccontare le origini della viticoltura in questo Abruzzo, scopro che la storia produttiva della regione è basata sulla capacità che ebbero i Sunniti di dare più vigore alle culture Etrusca e Picena avendo annesso, sin dall’anno 1.000 a.C., le popolazioni che li avevano preceduti sul territorio abruzzese, come testimoniano i numerosi reperti archeologici rinvenuti nella regione. Fu comunque lo storico greco Polibio (205-125 a.C.) a decantare per primo le virtù del vino prodotto in quei territori, raccontando la vittoria di Annibale a Canne e come il vino abruzzese avesse contribuito a rimettere in sesto i soldati sia sani che feriti. Già, ma Citra? Viene un po’ dopo, quando l’Abruzzo veniva identificato e diviso in due, quello superiore e quello inferiore denominato citeriore o anche Citra.

Un commercialista prestato alla viticoltura della quale si è innamorato profondamente, avendone già percepito il valore quando si era trovato alla presidenza della più piccola coop di “Eredi Legonziano” storici conferitori del più ampio consorzio di II livello che ora presiede.



Una struttura i cui numeri parlano da soli essendo la punta di una piramide che conta oltre 6.000 ettari di superficie vitata, ben 3.000 soci conferitori, 9 cantine cooperative associate che riescono a produrre 1 milione di ettolitri di vino, per lo più svenduto sfuso, ma dal quale selezionano prodotti che confluiscono in 20 milioni di bottiglie e danno un contributo importante al fatturato che si aggira intorno ai 35 milioni di euro.

Lo ascolto affascinato da come descrive il suo impegno, che è lontano da quel semplice contabile che vuole apparire, accostandosi più all’idea di un buon padre di famiglia che ha il dovere di far quadrare i conti, ma anche l’impegno responsabile di costruire un futuro per le generazioni che verranno, senza trascurare aspettative e risultati, sogni e opportunità concrete di crescita. Basta ascoltarlo per comprendere che non è un neofita del sistema vino, anche se prova a farlo credere; si capisce che gli piace quel mondo, che era poi quello della famiglia nella quale è nato e cresciuto. Certo oggi le dimensioni operative con le quali è chiamato a misurarsi son ben diverse da quelle che viveva nell’azienda familiare, così come lo è la quotidianità che necessita di una visione strategica del sistema produttivo ampia, dovendosi rapportare da una parte al territorio e alle sue esigenze, dall’altra ai mercati che sono in continua evoluzione. Per far questo c’è bisogno di una base acculturata, capace di percepire nuovi linguaggi, nuove idee per incidere e rendersi visibili. Per cui tutte le 9 cooperative si sono dovute pian piano riorganizzare, innescando quel processo di crescita che coinvolge tutta la base associativa dei conferitori al fine di non rischiare di sfilacciare un processo di crescita che necessita di un rapporto molto intenso e stretto con tutti gli elementi della filiera produttiva, sapendo che i risultati si possono ottenere solo se la stessa è più completa, propulsiva e propositiva nei confronti di quei progetti lungimiranti come lo è quello del Perlage Italiano; o quello dell’innalzamento qualitativo del Montepulciano d’Abruzzo, vino simbolo del territorio al pari del Pecorino e della Passerina e di quella produzione enologica che ora si concentra sull’innalzamento dei valori qualitativi delle singole potenzialità che sono intrinseche in un areale così ampio gestito da migliaia di teste.

Parole chiare quelle che sento, soprattutto significative, che mettono al centro gli interessi della comunità dei produttori. Mi piace la parola “comunità” che usa spesso nel suo interloquire, forse quella che ha più usato negli ultimi 7-8 anni, mi confessa, convinto come è che la sua sia davvero una comunità che si adopera per tracciare, in un territorio che ama, una nuova storia ricca di nuove tradizioni e di una nuova cultura, lontana da quella dell’abbandono. Chapeau!!! Un progetto non facile, ma affascinante soprattutto se si considera l’età media dei produttori che è oltre i 65 anni, cosa questa che complica le cose e le rende più laboriose.



Sicuramente la scelta di puntare sul binomio vino-territorio è strategicamente fondamentale per una terra che è ancora poco conosciuta dal consumatore medio e, anche se le scelte produttive sono indirizzate verso l’export, i risultati sul mercato italiano sono sicuramente di grande interesse.

Anche se il fatturato dei vini imbottigliati nel 2017 è cresciuto del 11% rispetto al 2016, resta ancora un ampio spazio per nuove sfide produttive ed è a esse che in segreto il “Codice Citra” si affiderà nei prossimi anni. Ormai quella di cui si parla più spesso è quella delle “bollicine” che sembrano rappresentare nei progetti futuri più di una speranza, visti gli investimenti in mezzi e uomini fatti in questi ultimi anni e i risultati e gli apprezzamenti che incominciano ad arrivare.

Ancora una sfida e uno slancio produttivo che ha la certezza di interpretare le esigenze e le speranze di una comunità di vignaioli abruzzesi ai quali auguro buona fortuna.



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