Eli, La Signora dei Prosciutti

di Redazione


Non so come mi vuoi raccontare, ti dico solo che, oggi, ho voglia di leggerezza.

Vorrei vestirla come un abito estivo, fine, come due ali di farfalla con le quali volare via, ma senza trovare ancora il coraggio di muovermi da questo ufficio, dove resto ad osservare, serenamente, ciò’ che mi circonda. Spero un giorno di riuscire ad indossarle queste ali, anche se non mi è mai stato facile alleggerire l’animo dalle responsabilità che il lavoro mi procura. Le vivo tutte in prima persona, in modo diretto, qualunque fardello esse si portino appresso.

Non nego che mi piacerebbe andare oltre a tutto questo, dicendo basta a quel “ si, ma…” che mi ripeto spesso.
Ogni sera osservo il manifesto della mia vita sul quale, quotidianamente, dipingo l’effige dell’impegno profuso nell’azienda, nella quale mi prodigo con ogni mezzo, quasi fosse il vessillo di un mio ipotetico riscatto di donna. Osservo quest’esplicito disegno e mi riprometto di restare fedele alle ombre e a quei tratti lievi e delicati delle mie splendide fragilità femminili, di cui non mi sono liberata. Non so quale sia il vero motivo per cui le trovo sempre lì, dove le ho lasciate. Quelle gracilità mi fanno compagnia; è come se volessi tenerle strette dentro l’anima, forse perché sono la memoria stessa dei miei passi, dei sorrisi che si sono spenti, delle parole che non ho detto e delle carezze che non ho dato a chi mi è stato accanto.

Ruvide o delicate, arroganti, amorevoli o bizzarre ma pur sempre carezze non date. Sono parte della mia vita e confesso che più volte, ho provato a dichiarargli guerra, senza mai riuscire a vincere una sola battaglia. Addii traumatici, dolorosi, voluti o inaspettati, sogni infranti; poi un tumore e la morte improvvisa dei miei genitori che mi hanno messa a dura prova, come gradini con i quali il tempo ha voluto decorare la mia strada.

No, posso assicurare che non ho avuto una vita facile e tirando le somme credo di aver pagato a caro prezzo tutto cio che mi e stato dato.



Certamente questo non ha giovato a rimuovere quelle fragilità che custodisco come reliquie, ma che hanno contribuito a saldare certi conti e a forgiarmi, dandomi il coraggio e l’orgoglio di andare avanti.

Cosi sono diventata “prosciuttaia”come amo definirmi o la signora del prosciutto, come amano chiamarmi.

Imprenditrice e industriale, sono partita da quel poco che mio padre mi aveva insegnato, iniziando il mio viaggio in un mondo che non conoscevo.
Ho provato, ho lottato senza mai sentirmi diversa o migliore da chi avevo accanto, con l’intento di conquistare autorevolezza e credibilità in un mondo prettamente maschile, nel quale per una donna, non è facile accreditarsi.

Ho dovuto impegnarmi oltre ogni misura, rischiando di snaturarmi man mano che mi avvicinavo a quell’emisfero maschile che ritengo troppo turbolento, imperioso, litigioso e scarsamente sensibile.
Una metamorfosi che mi sono rifiutata di fare restando fedele al mio ruolo di femmina, donna e madre, pur non disdegnando né il confronto, né la sfida, imparando tante cose e diventandone tante altre.
Anche il nome che ho dato all’azienda doveva evocare la femminilità di chi la conduceva. Non e difficile comprendere come questo disegno astratto, posto sul manifesto che dipingo tutti i giorni con il mio impegno, abbia le fattezze di una donna che mette passione e dà valore a cio che fa.



Se questo non fosse sufficiente per conoscermi, bisogna allora che entriate nel mio stabilimento, osservando da vicino il microcosmo che lo compone, magari fermandovi a parlare con la squadra di uomini e donne che mi circondano, sentendo da loro quanto ci costi raggiungere l’eccellenza che contraddistingue i nostri prodotti.

Con umiltà ho imparato a fare cose che non sapevo fare e ci sono riuscita tenendo conto delle esperienze passate, vissute nel caseificio di famiglia, dove lavoravo e, allo stesso tempo, preparavo gli esami universitari.
Tutto è servito e ogni cosa ha contribuito a plasmarmi, abituandomi al confronto, alla contrattazione delle materie prime, alle verifica delle consegne e alla vendita dei prodotti, acquisendo esperienza in ogni singola fase della filiera produttiva per arrivare, ai primi anni del duemila, a gestire la produzione nel prosciuttificio.

Mi illudevo che la volontà fosse sufficiente a superare qualsiasi ostacolo ma con il tempo ho scoperto che questo mondo è in continua evoluzione, non c’è abitudine o routine perché ci confrontiamo con una materia prima viva, con gli animali dove ognuno è diverso dall’altro. Questo mi ha spinta a investire in ricerca e in tecnologie, oltre che sulle risorse umane che avevo ed ho a disposizione, non potendo contare sulla storia pregressa che caratterizza il mondo dei prosciutti.

Ma questo non mi ha scoraggiata avendo compreso che anch’io sto scrivendo una storia, la mia e se pur complessa, l’amo perché è l’unica che ho.

Saputo questo, raccontami come vuoi, poi lasciami volare; anche se solo con il pensiero.


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