I Lunelli generazione di bollicine

di Redazione


Da decenni degusto i loro vini, ne assaporo la finezza, l’eleganza e ne distinguo il carattere, provando a specchiarmi in quella cultura trentina sempre restia ad aprirsi e che invece in quelle bollicine si apre a si propaga, diffondendo un verbo di percezioni sensoriali che per lungo tempo sono state sigillate nel vetro.

Dopo anni e anni trovo ancora fantastico il modo semplice e garbato che hanno di proporsi, simile a quello della gente di montagna che, abituata a orizzonti troppo chiusi, difficilmente si lascia andare pur essendo, almeno loro, tutti cittadini di un mondo che conoscono bene, capace di riconoscergli il merito d’essere i primi ambasciatori degli spumanti italiani con quasi un milione di bottiglie vendute ovunque.

Incontro Marcello, il più grande dei cugini Lunelli insieme agli altri a capo dell’azienda, alla Locanda Margon, di proprietà delle cantine Ferrari e guidata dal pluristellato chef Alfio Ghezzi.

Erano anni che non ci vedevamo, ma la stima reciproca fa sì che ad entrambi desse l’idea di esserci lasciati non più di qualche giorno addietro, trovando il piacere di raccontarci gli accadimenti degli ultimi sette anni, scanditi dal motto “dite ciò che fate, ma soprattutto fate ciò che dite!” che in qualche modo ci accomuna.

Parole di circostanza, sulle quali si potrebbe anche sorridere, ma che sono alla base di una linea guida importante, e non sempre di facile attuazione, che distingue da sempre l’operato della famiglia Lunelli, arrivata alla terza generazione in Ferrari, assumendo il valore di vera e propria filosofia di vita.

La storia aziendale è nota, sono in tanti ad averli intervistati e altrettanti a scrivere di Giulio Ferrari, di nonno Bruno, che rilevò le cantine senza indugi nonostante un prezzo folle.

Sono in pochi, invece, quelli che si sono interessati alla famiglia, all’energia che l’alimenta, al sistema che la controlla e ai valori che ne scandiscono il quotidiano, ed è ciò che vorrei provare a fare se ne avrò l’occasione.



Ci provo e man mano che parliamo scopro un percorso di vite semplici, quello di tre generazioni di persone “per bene”, normali, educate a lavorare in sinergia e capaci di assecondare le peculiarità di ciascuno, riversando la propria energia nell’azienda che è il loro centro di gravità, capace di attrarli e tenerli uniti.

Tutto è partito da un negozio di vini e liquori, da quei cinque figli. Uomini moderati, dediti al lavoro e alla realizzazione del sogno di condurre l’azienda all’apice delle imprese italiane per la produzione di bollicine del Metodo Champenoise, che chiamo Metodo Classico; un sogno di grande impegno e responsabilità, vissuto e interpretato così fino ad oggi.

Con rispetto mi soffermo a parlare della riserva del Fondatore e del motto che la contraddistingue “è nelle radici la forza, nelle radici la poesia”, avendo la conferma che non sono soltanto parole, ma la sintesi stessa del vivere e intendere l’appartenenza familiare e territoriale.

Non sono abituati a mettersi davanti al marchio Ferrari che ormai è un simbolo di un Italian Style, sinonimo di qualità e garanzia del buon bere, ma lavorano affinché tutto arrivi alla prossima generazione che già si sta affacciando in azienda.

Lavorare in questa azienda non è uno sbocco sicuro per figli fortunati, ma una scelta meditata che richiede preparazione e competenze specifiche che loro hanno acquisito studiando lontano da Trento, da perfetti sconosciuti, lavorando chi in Sud Africa, chi nelle Filippine, o in America o a Singapore, facendo le più svariate esperienze prima di tornare a casa, per scelta.



Mi rendo conto che, come dei palloncini legati con lunghissimi fili, sono stati liberi di librarsi in aria e osservare il mondo circostante, felici di sentirsi riportare a casa dal braccio familiare senza strattoni o costrizioni. Quattro cugini, Matteo il presidente, Marcello il vice, Camilla alla comunicazione e Alessandro alle operations del gruppo, ognuno rispettando il ruolo dell’altro, senza invasioni, coadiuvati da Beniamino Garofalo loro direttore generale.

Ecco un’altra parola legata a quei palloncini che vola nell’area: il rispetto, che credo sia una parola chiave per poter rappresentare la famiglia Lunelli, che non si limita a coordinare i loro rapporti personali, ma piuttosto a delinearli con la gente, le cose, il territorio che li circondano; una parola che non è collegabile all’azienda Ferrari, avendola ereditata come il più grande fra i doni che avrebbero potuto ricevere, capace di marchiarli a prescindere da qualsiasi cosa avessero fatto delle loro vite. Cittadini del mondo, ma con radici salde in questo Trentino che amano a dismisura, sentendosi legati alla terra che calpestano in modo viscerale,


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