L'identità della Bellezza

di Marco Ongaro


La bellezza da sola basta a persuadere gli occhi degli uomini senza bisogno d'oratori
(William Shakepeare)

Se l’intento era di identificare una città con il suo festival e viceversa, il Festival della Bellezza che ai primi di giugno di quest’anno a Verona giunge alla sua quinta edizione, tra Arena, Teatro Romano e Giardino Giusti quali scenari di elezione, mostra come un obiettivo possa essere raggiunto con chiarezza fin dagli esordi.

I Maestri dello Spirito era il titolo alternativo per la manifestazione, diventato poi una specie di complemento dialettico a definire l’inscindibilità della bellezza dalla cultura. È questa la mossa vincente che Alcide Marchioro, ideatore e direttore artistico del festival con Alessandra Zecchini, che ne è l’anima organizzativa, ha compiuto sulla scacchiera espressiva di una città legata a Shakespeare, a Goethe, a Catullo e a Dante, al giovane Mozart e alla tradizione del belcanto.

La cultura come veicolo di bellezza e l’arte come abbellimento del mondo, strumenti inscindibili per l’assimilazione della verità, sono valori e criteri operativi che risaltano nel programma delle diverse edizioni del festival, susseguitesi a colpi di tutto esaurito nonostante l’incremento continuo dei giorni a disposizione.



«Abbiamo pensato che Verona – spiega Alcide Marchioro – non aveva un proprio festival culturale con un’identità ben definita legata alla sua storia artistica, pur essendo una città particolarmente indicata, senza eguali forse non solo in Italia. Oltre al grande appeal estetico e artistico, ha l’unicità di prestigiosi teatri storici poco distanti tra loro e tutto il centro città appare come un magnifico teatro a cielo aperto. Per chi propone eventi il vantaggio è indiscutibile, una vicenda culturale è anche e prima di tutto un’esperienza emotiva in cui la suggestione del contesto è fondamentale. Abbiamo quindi pensato di proporre un festival sulla bellezza come avventura del pensiero».

Come scegliete i vostri ospiti e il tipo di incontri?

«Gli eventi sono inediti, ideati per il festival o proposti in anteprima nazionale; per lo più sono riflessioni in forma teatrale, spettacoli o lezioni-concerto. Tutti i protagonisti sono artisti e intellettuali di grande estro e personalità che dimostrano anche disponibilità e talento nell’interpretare il format del festival. In ogni edizione abbiamo quelli che chiamiamo i nostri editorialisti, Philippe Daverio, Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, che affrontano temi di volta in volta nuovi creando un clima di versatile continuità».

Quali sono stati gli eventi più affascinanti?

«Difficile fare graduatorie sul fascino, per noi c’è un legame con ogni evento, e credo che ognuno abbia dato qualche emozione particolare. Gli appuntamenti delle varie edizioni hanno fatto registrare l’esaurito, con un costante aumento. Nel 2017 ci sono state 50.000 presenze, nel 2018 sono previste oltre 70.000. Se devo ricordarne un paio, cito i due premi Oscar, Paolo Sorrentino al Teatro Romano ha colpito per ironia e originalità della visione, Ennio Morricone in Arena per carisma e spiritualità».



Che cosa hanno detto i vostri ospiti del festival?

«Sono rimasti spesso colpiti dalla bellezza delle location, in particolare gli stranieri. Fanny Ardant ha provato a perdersi nel labirinto di Giardino Giusti e si è arrampicata sulle gradinate del Teatro Romano; per Daverio i sold-out sfatano una volta di più il luogo comune sulla disattenzione dei veneti per la cultura. La partecipazione del pubblico è uno degli elementi che più contribuisce a rendere della “bellezza” il festival, accrescendo il pathos di spettacoli e riflessioni. Il colpo d’occhio del Teatro Romano con quasi 2.000 spettatori o dell’Arena con oltre 12.000 è emozionante anche per gli ospiti».

Piace la formula dei due appuntamenti quotidiani?

«Credo di sì, abbiamo scelto di non proporre eventi in contemporanea per permettere a chi fosse interessato di assistere a tutti, la formula festival concentrata in poco tempo richiede però spesso almeno un paio di appuntamenti al giorno. Quelli pomeridiani non sono eventi minori, solo sono eventi più indicati in spazi più raccolti, intorno ai mille posti, come il Giardino Giusti e il Teatro Filarmonico».

La Bellezza ci salverà? E qual è la sua idea di Bellezza?

«A livello generale chissà che piega prenderanno le cose, quella del principe Myskin di Dostoevskij è comunque tra le speranze più lusinghiere, parallela a quella di Nietzsche per cui l’arte non è un tintinnio di sonagli ma la vera attività metafisica della vita.

A livello individuale credo che la cultura sia il fattore fondamentale, determina quello che siamo, il nostro modo di essere e di sentire.

La bellezza credo abbia a che fare con lo stile, l'armonia, ma anche con il pathos, la forza espressiva, la capacità di impressionare e di andare oltre, anche di oltrepassare il tempo, come accade per i classici di cui parliamo al festival e che dal festival ci parlano».

Bellezza e cultura trovano a Verona la loro identità congiunta tra avventura del pensiero ed esperienza del sentimento.



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