Franco Fontana

di Andrea Zanfi


Franco Fontana è nato a Modena nel 1933, ha cominciato a fotografare a livello amatoriale nel 1961 e se ne occupa a tempo pieno dal 1976.




Basta questa breve citazione per farmi comprendere quanto sia intrigante la chiacchierata che sto tenendo con Franco Fontana, un maestro della fotografia contemporanea italiana, conosciuto a livello mondiale e certamente uno fra i più celebri esponenti in questo campo artistico.


“La fotografia è una delle discipline artistiche più difficili, perché è ritenuta la più facile, inoltre non esiste un unico modo per interpretare quest’arte, poiché ogni fotografo ha un suo personale modo di rendere visibile ciò che risulta invisibile ad altri.”

Mi sento a mio agio e meravigliosamente bene al cospetto di questo ultra ottantenne modenese (classe 1933). Sarà perché lo trovo estremamente vero, schietto, semplice e sincero come sa esserlo chi è serenamente pago della vita trascorsa, ma anche ricco di una vitalità inusuale, avendo voglia di elargire la propria sapienza a chi, curioso osservatore della vita come sono, si trova al suo cospetto. Con grande disponibilità mi ha spalancato la porta di casa sua, raccontandomi le diverse interpretazioni che si possono attribuire ad un’immagine che coniuga arte e realtà, facendomi comprendere quale sia l’identità filosofica di una fotografia per Franco Fontana. Magistralmente i discorsi si distaccano dalla tecnica e avvolgono la vita, dando il via ad un vero e proprio viaggio interiore. Un viaggio dell’anima che riesce a darmi l’idea di quale debba essere l’interpretazione delle raffigurazioni che mi scorrono fra le mani e che diventano strumenti didattici; gli stessi che utilizza per incuriosire e sviluppare lo spirito di osservazione degli allievi che seguono i suoi corsi, cercando di far nascere una personale idea di cosa debba essere, per ciascuno, la fotografia. Annuisco quando sostiene che la fotografia non deve essere studiata sui manuali ma visitando le mostre di pittura, andando a teatro, al cinema e ai concerti, interfacciandosi con la quotidianità, ampliando in essa i propri orizzonti, poiché tutto serve per acculturarsi. Un viaggio alla ricerca di una creatività che si semina in campi incolti, per generare la “novità.”



Arrivando all’apice di questo percorso è possibile scoprire che la fotografia è solo un pretesto per riuscire a fotografare se stessi con umiltà e incoscienza. Già, l’incoscienza, lo stimolo che serve per buttare il cuore oltre l’ostacolo, per accettare le sfide che sono il succo della vita, a differenza delle sicurezze che sono il rigor mortis dell’animo.

Lo ascolto, senza interromperlo.


Mi parla delle sue marchette d’autore, delle sue opere, dei suoi numerosi libri, delle sue fotografie collezionate dai più importanti musei del mondo alle quali la critica ha attribuito un’identità precisa, quella di Franco Fontana. Una visione intima di paesaggi, strade, città e paesi, sculture o ritratti capaci di creare uno stile diverso da quello di altri, come è giusto che sia per essere definiti artisti. Sfoglio alcuni libri, leggo i pensieri dei suoi allievi, poi scorro fra le mani alcune foto.



Sento come una scossa che mi attraversa perché in esse non vi sono delle immagini, ma il suo pensiero fotografato e la rappresentazione di ciò che Franco è; fotografare significa dunque immortalare non tanto ciò che si vede ma quello che si pensa. Questa mia improvvisa e personale scoperta è quello che il Maestro insegna ai suoi corsisti, capire come guardare la realtà per riusci re ad esprimerla attraverso il proprio, personale, sguardo in una fotografia. “La realtà non esiste” e mentre lo dice sorride , “è sempre soggettiva e per questo, è bene sapere che non si fotografa ciò che esiste, ma esiste quello che è fotografato. Così facendo si identifica una realtà, divenendone l’autore ”. Mi diventa tutto più chiaro e assume un valore diverso quella sua rappresentazione astratta di paesaggi rurali e industriali che a volte mi appaiono iper-reali e più veri del vero, mentre altre volte surreali e sospesi in uno spazio senza tempo. Una sensazione di vertigine tra realtà e immaginazione in una dimensione fantastica dove il colore ha tinte forti e le forme geometriche sono nette e molto marcate. “Un paesaggio, ad esempio, esiste solo quando io lo fotografo, così diventa un mondo, il mio mondo e io stesso divento il paesaggio fotografato, entrando nell’identità delle cose. Attraverso me un albero si fa autoritratto e si identifica al meglio. È un lavoro di sottrazione, di pulizia, per dare alla realtà un’ identità senza troppi pulviscoli, facendo la sintesi delle cose. Solo così l’arte rende visibile ciò che è invisibile.” Ogni sua parola mi apre un mondo. Mi ritrovo. Non sono seduto intorno ad un tavolo ma in un banco di scuola e questo mi fa sognare, mi restituisce il colore, lo stesso che ha tinto l’animo di Franco ed è impresso in quella foto; l’esatta interpretazione emozionale del suo lavoro, il mezzo di conoscenza e sublimazione dell’oggetto che di volta in volta deve essere reinventato, immaginato, trasformato da oggetto a soggetto della fotografia. Con l’aiuto del colore, la creatività diventa sinonimo di un movimento che genera vita.


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