Gilberto Quarneti mastro archeometra

di David La Mantia


D’Annunzio aveva ragione. Vale la pena di vivere la vita solo se questa viene vissuta come un’opera d’arte, costruita con gusto, con eleganza, ricercando quella perfezione che coniughi pensiero e azione, modernità e tradizione, cuore e ragione. La vita deve essere originale, deve profumare d’irripetibile. Ecco credo che la vita di Gilberto Quarneti assomigli molto all’idea che ne aveva D’Annunzio. Sentirsi raccontare i suoi settantasette anni fin qui trascorsi è qualcosa di eccezionale. È la dimostrazione che il genio dell’uomo non cede mai alle difficoltà, non si fa trascinare dal flusso della vita come il Don Giovanni di Kierkegaard, ma esorcizza il fato, eroicamente decide lui quale valore darle e come viverla, modellandola a suo piacimento. Sarà per la sua nascita nella più originale delle città del mondo, Venezia, sarà per la sua attenzione dimostrata, sin da dodicenne, alla pavimentazione di Piazza San Marco, le cui pietre, dette “masegne”, conservavano il medesimo rapporto tra il lato e la diagonale, sarà per la sua formazione e capacità di adattamento che Gilberto, fin da fanciullo, ha dimostrato di avere un altro passo, altre idee e una visione del mondo circostante circostanziata ai particolari. Cercò di portare la scoperta effettuata su quelle pietre persino a scuola, scoprendo che vi era già stato qualcuno che ne aveva motivato il perché; la documentò su della carta da formaggio non avendone altra a disposizione, perché era povero, anzi poverissimo. La madre, vedova di guerra, non sapeva come sfamare e assistere i suoi tre figli maschi; a soli 25 anni impazziva per cercare un lavoro che bastasse ai bisogni, senza riuscirci, tanto che Gilberto finì in orfanotrofio. Un uomo che ne ha passate tante di vicissitudini e le racconta come aneddoti di un percorso che non ha rimpianti, ma solo cose belle da ricordare. Pacatamente elenca quella vita straordinaria, unica, come se ogni tassello che l’ha composta fosse una pietra preziosa incastonata in una splendida collana. Le sue parole rendono meraviglioso quel suo mondo; è come se mi raccontasse delle avventure dei pirati o di viaggi in terre sconosciute abitate da giganti o lillipuziani. Per uno che è stato in orfanotrofio e ha saputo trasformare quella sofferenza in capacità riflessive, per uno che ha navigato per due anni in Africa occidentale, dopo il nautico, su una bagnarola, come potrei pensare che il suo vissuto non sia antologia? Da quel momento ogni cinque anni ha cambiato lavoro: fu militare con gli americani a Berlino e Vienna, poi a Venezia lavorò all’aeroporto per la IBM, studiando computer science, approdando al Centro di Calcolo Elettronico dell’Università di Padova, dove vinse un concorso, per titoli ed esami, pur essendo privo di laurea. In seguito, verso la fine del ’79, lo chiamò la Fiat Engineering, dove ebbe l’opportunità di creare un database enorme che riguardava la gestione delle risorse umane, quando ancora nessuno ne sentiva parlare di quell’argomento, divenuto ora essenziale per le imprese. Fu allora che la facoltà di Scienze della Terra dell’Università di Genova, gli chiese di costruire un programma capace di analizzare il sole e i suoi effetti sulla terra. Quello fu l’inizio delle energie alternative in Italia.



Una storia che ne apre altre mille, tutte però canalizzate alla ricerca di risposte, di stimoli, di idee che palesassero la ragione d’essere delle cose. Fu in quegli anni che Gilberto sviluppò le sue passioni, fra le quali le strutture OTG, Off The Grid, che non hanno bisogno di energia, sono stand alone, funzionano da sole, non hanno bisogno di riscaldamento, rinfrescamento, non hanno bisogno di niente. Un’altra lo vide impegnato nel recupero dei materiali storici, l’Archeometria, cioè l’archeologia vista dalla parte dell’artigiano, della mano che costruisce e sa come adoperare prodotti che rimangano integri nel tempo. Idee che vengono dal passato, perché per lavorare sul futuro si deve sapere che cosa ha abitato il nostro ieri; dobbiamo imparare dagli Egizi, dai Fenici, dagli Etruschi e dai Romani, persino dai veneziani e da quelle pietre di Piazza San Marco, per andare sicuri verso un futuro migliore di quello che stiamo disegnando. Quando chiese all’Università di Padova se ci fosse un professore con cui potesse parlare di queste cose scoprì che non esisteva una’Università che avesse un percorso di studi simile a ciò che lui stava facendo. Eppure non mi è difficile capire che non puoi muoverti in avanti se non hai come combustibile culturale elementi come storia, scienza e tradizione, essendo, ognuna di queste discipline, complementare all’altra e tenendo di conto che la scienza deve essere sempre ben posizionata alla fine, per garantire che le altre due abbiano un fondamento, appunto, scientifico. Mi affascinano le sue parole scoprendo che Gilberto non è solo un’esteta del bello e un avventuriero della vita, ma un pioniere, una mente in grado di aprire la strada ad altri, indicando loro sentieri non ancora battuti. I particolari fanno la differenza, come lo sono le pietre che, essendo delle strutture geopolimeriche composte di Silicio-Alluminio come la maggior parte della crosta terrestre, hanno la composizione delle malte romane, quell’opus cementitium uguale sostanzialmente alla pietra naturale. L’idea, ancora una volta, è semplice: perché non studiare i geipolimeri romani e, sulla scorta di questa conoscenza scientifica, riproporre un nuovo cemento? Il vecchio, il Portland, è stato inventato nel 1824 ed erano tutti erano convinti della sua straordinaria duttilità, scoprendo, con il tempo, che non dura più di 40 anni e 1 giorno. Il ponte Morandi ne è una prova. Abbiamo creduto che con questa scoperta l’uomo avesse oltrepassato le capacità di Madre Natura, l’unica a saper produrre pietre. Ed ecco il perché della Green Economy, poi della Circular Economy, tutto finalizzato a sviluppare un nuovo programma che spinga l’industria a produrre un Portland senza l’uso dei forni, come hanno fatto i Romani, mescolando i materiali a freddo.

Quella che mi racconta è una fiaba crudele, priva di utopia e speranza. Purtroppo è questo il mondo d’oggi. Abbiamo perso la bellezza e la libertà creativa. Quasi senza accorgersene ci siamo imbrutiti, siamo diventati cattivi, poco piacevoli, avidi e sterili. Senza fantasia, senza rispetto per la storia e la tradizione non andiamo da nessuna parte.





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