Giorgio Grai

di Fabio PIccoli


Osservatore privilegiato dell’universo italiano del vino, ha attraversato il suo
tempo con coraggio, coerenza e signorilità inusuale e, con i suoi 88 anni compiuti,
continua a essere uno degli enologi italiani più autorevoli anche a livello internazionale,
soprattutto per la sua capacità, tipica dei grandi enologici, di anticipare
i tempi. Persone come lui, capaci di tracciare un solco indelebile e condiviso, ce
ne sono veramente poche. È risaputo da tutti che Giorgio Grai ha
guidato al successo numerose aziende, dando notorietà a molti vitigni e territori
del vino italiani, con una dote rara, frutto di un talento straordinario e di una
comprovata esperienza: osservare e capire intimamente i vini.
Non è certo per caso che sia stato, anche se pochissimi lo sanno, uno dei consiglieri
più ascoltati di Luigi Veronelli, indubbiamente l’uomo di punta della critica
enologica italiana. Scevro da ogni forma di protagonismo,
alle luci del palcoscenico ha sempre preferito la penombra del dietro le quinte,
lavorando però duramente e con intelligente lungimiranza. «Dottore nel tuttofare,
cavaliere del buongusto e ingegnere nell’arrangiarsi», così aveva scherzosamente
scritto a mano sua moglie – morta prematuramente lasciandogli due piccole
figlie – sotto il nome stampato su un biglietto da visita che certamente Grai custodisce
ancora gelosamente nel portafoglio. Potrebbe sembrare una descrizione simpaticamente
ironica, ma a scriverla è stata una donna che ben lo conosceva. Poche
parole giocose per tratteggiare l’identità autentica di questo grande uomo che,
nato a Bolzano da padre triestino e madre trentina, in un momento in cui la cultura
vitivinicola del nostro Paese era ai minimi storici, riuscì a dare un contributo davvero
decisivo alla crescita e alla credibilità



della qualità enologica nostrana. Ridare dignità al vino italiano, non di
rado polemicamente ma sempre in una prospettiva costruttiva, è stato e continua
a essere per lui un anelito insopprimibile, di cui si trova traccia in ogni suo intervento.
Di recente, ad esempio, nel corso di un convegno sul vino delle Marche al cui
sviluppo ha lavorato a lungo, Grai affermava: «Bisogna essere curiosi, ma anche
rispettosi. Non si deve avere la smania di monetizzare subito e anche il tempo
va tenuto nella dovuta considerazione. Bruciare le tappe non serve a nessuno.
Tantomeno al vino. Avevo immaginato nuovi vini dai vitigni endemici, e badate
bene endemici, non autoctoni, perché se così fosse si dovrebbe essere in Mesopotamia,
perché è da lì che è nato tutto! I vitigni delle Marche sono straordinari, ma
è necessario capire, interpretare, individuare strade nuove, ma sempre attente a
quel che un territorio può dare in termini di qualità».
Parole che fanno capire lo stile, il coraggio e la determinazione di Grai, da
sempre poco incline alle suggestioni della comunicazione banale del vino e portato
invece a dire la verità, anche laddove essa poteva risultare scomoda.
A spingerlo in questa direzione, del resto, è da sempre il suo modo di concepire la
figura dell’enologo: «Vorrei far chiarezza



– ha affermato non molto tempo fa – sul termine enotecnico, perché spesso si fa
confusione. L’enotecnico è colui che ha la funzione di conoscere la scienza dell’enologia
e sa applicarla, si serve della tecnologia ma sa che è un alibi, perché tutte
quelle apparecchiature straordinarie che si vedono oggi in cantina non servirebbero a
niente se non si facesse attenzione al processo della vinificazione e al prodotto che
deve essere vinificato. L’industria vuole risparmiare i tempi, ha grandi urgenze,
ma il tempo, lo ribadisco, va rispettato. L’enologo non deve fare miracoli, aggiustando
un vino, ma è sicuramente la figura che deve prevedere, sin dalla fioritura della
vite, l’andamento della stagione. Solo ponendo un’estrema attenzione a ogni
particolare, senza mai perdere di vista tutte le variazioni della vigna e le informazioni
che da essa si ricevono, riuscirà a stabilire quando e come vendemmiare».
Una descrizione dell’enologo, quella di Giorgio Grai, che si attaglia perfettamente
proprio a lui, spinto dalla sua enorme passione per il vino a suggerire ai sommelier
di cercare di creare emozioni, usando la testa in proprio ed evitando di proporre
un vino solo in ragione del fascino di un’etichetta o del prestigio di una cantina.
E capace di apostrofare benevolmente Paola Di Maura, nota produttrice di Marino,
con una frase certo non tenera: «Ma perché lei, che potrebbe fare un figlio
sano, si accontenta di un figlio zoppo?».



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