Giovanni Negri - "Bollicine...Non c'è nulla di più bello dell'effimero"

di Alessandra Piubello


Siamo nella grande sala della sua azienda vinicola Serradenari, a La Morra, sul bricco più alto, dove scappavano i contadini con i loro risparmi quando sopraggiunse la peste.
Anche Negri scappa qui a scrivere i suoi romanzi, in questa quiete, ai piedi delle Langhe, di fronte le Alpi dalla Liguria al Cervino, con il Monviso che svetta al centro. Scrive dalle sei alle nove e mezzo della mattina, poi segue l’azienda. Accoccolato nel cuoio della poltrona, circondato dai suoi tre cani adoranti, fra bottiglie di vino e libri, Negri guizza di vita e ironia. «In realtà scrivo sempre: mentre faccio altro penso a cosa scrivere, colgo qualsiasi spunto e prendo appunti mentali. La scrittura leniscei dolori e la noia della vita, è il placebo cerebrale degli spiriti irrequieti». Con umorismo, Negri si definisce scrittore “per necessità”: sin dalle elementari e fino alla fine del liceo barattava temi in cambio di compiti di matematica e di educazione artistica, materie nelle quali si dichiara assolutamente inetto. E quando nel 2001, a lui che viveva tra Roma e Bruxelles, capita di ereditare Serradenari, pensa di vendere tutto. Ma Felice Serra, agronomo anche di Gaja, gli dà un consiglio che poi lo legherà per sempre a questa terra:
«Giovanni, pianta vigne di Nebbiolo, così poi lo rivendi più caro, no?». Quando i primi grappoli cominciarono a far capolino, l’uomo fu definitivamente conquistato. Cerca un enologo, inizia il consueto scambio: Negri gli scrive i romanzi e Cipresso gli fa da consulente. «Ricordo i primi sette giorni e relative sette notti a Montalcino con Roberto, a riempire taccuini e taccuini: un mondo nuovo mi si schiudeva davanti».



Il sodalizio comincia con Il romanzo del vino nel 2006, nel quale gli autori a bordo di una mongolfiera immaginaria attraversano i territori del vino; prosegue con Vinosofia nel 2008, nel quale ogni capitolo è un bicchiere di vino, in un gioco con il lettore che poi troverà la soluzione nelle ultime righe, scritto abbinando sapere enologico a calembour; si chiude poi con Vineide nel 2009, sul mistero del vino, «un geniaccio che ammicca, stuzzica, provoca, si nasconde, ti insegue. Si fa desiderare, gioca a rimpiattino rivelandosi poi specchio dell’uomo». Roma caput vini vede la luce nel 2011 e poi finalmente Giovanni si
dedica ai gialli, genere che lo affascina da sempre. Dalla sua penna felice esce l’ispettore Cosulich, uomo di frontiera («perché io adoro le frontiere, sia geografiche sia culturali, perché a dispetto delle apparenze uniscono anziché dividere») e una serie di personaggi del mondo del vino esistenti realmente nascosti sotto falso nome. La sua trilogia inizia con Il sangue di Montalcino nel 2010, poi Prendete e bevetene tutti, infine Il vigneto da Vinci, nel 2015. Ogni indagine nasconde temi complessi del mondo del vino: l’Islam e le terre da vino, il cambiamento climatico, la genetica e gli ogm. Attualmente Negri sta lavorando a Il mistero del Barolo ma questa volta non leggeremo un romanzo enoico-poliziesco, ma un libro sul Nebbiolo.
Il nostro scrittore ama le bollicine, ne è profondamente sedotto e le usa per sedurre. «Sono astute e maliarde: rappresentano la tecnica e l’abilità dell’uomo. Appassionano, affascinano e si impossessano di te, catturandoti, spingendoti a bramarle ma anche a cercare, a studiare. La forza espressiva che unisce l’amore alle bulles è totalizzante». È in Bevetene e prendetene tutti che Negri si dedica alle bollicine: Franciacorta, Champagne, Sparkling wine. Sulle tracce di un assassino di un enologo della Franciacorta, Mario Salcetti (che in realtà è Mario Falcetti), Cosulich torna a confrontarsi con il mondo del vino, «con nobili castellani, commercianti spietati, produttori avidi, donne maliarde, poeti sognatori, giovani allo sbaraglio, sacerdoti del vino, i no barrique, i pro barrique, i delinquenti, quelli che ogni annata è sempre la migliore, dagli anni sessanta in poi…».





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