Napoli, il respiro sincopato di una bellezza fragile

di Piergiuseppe Bernardi


Nell’orizzonte di una permanente precarietà


Mentre vi aggirerete lungo gli stretti vicoli nei quali la vita di Napoli pulsa con tutta la forza della storia in cui si radica, la città potrebbe apparirvi improvvisamente lontana e incombente.

Le sue forme, talora vivide e stagliate contro l’azzurro di una giornata primaverile o talaltra evanescenti dalla bruma autunnale che le avvolge, finiranno col divenire compagne del vostro girovagare, perennemente avvolto da un respiro remoto e sfuggente. Certo lo sentirete più vicino se deciderete di avventurarvi lungo l’ampio sentiero che ne solca le pendici, nella giusta stagione rese luminosissime dal giallo intenso delle ginestre che Leopardi cantò abbarbicate all’“arida schiena del formidabil monte”.

Non illudetevi però, soltanto per averne osservato le fumarole, di essere riusciti a carpire il segreto della sua potenza.

La sua calma apparente di vulcano addormentato non impedisce di rammentare quanto un suo risveglio improvviso potrebbe essere drammatico.

Proprio il ricordo di questa sua forza distruttiva, ben visibile nelle pur splendide rovine di Pompei ed Ercolano, sovrasta da secoli la capitale partenopea, innervandone fisionomia e stili di vita. Ed è forse questa la ragione che impedisce, a chi non è abituato a convivere da sempre con questa sia pur remota eventualità, di entrare autenticamente in sintonia con questa affascinante città.



La fibrillante vitalità di un’atmosfera sconosciuta

La prima impressione che Napoli vi lascerà sulla pelle sarà quella di una fibrillante vitalità. La scorgerete di giorno nella luminosità che, avvolgendo le strade e gli spazi aperti della Riviera di Chiaia, vi renderà evidente perché a fine Ottocento proprio in questa terra abbia preso forma la canzone ’O sole mio, destinata a un successo che l’avrebbe ben resa tanto famosa da farne l’emblema stesso della sonorità partenopea e italiana. Allo stesso modo la percepirete, durante le ore serali, nelle anguste viuzze dei Quartieri Spagnoli, popolate di fatiscenti locali nei quali il risuonare del dialetto sovrasterà spesso le svariate lingue parlate da turisti affascinati da un’atmosfera per loro del tutto inedita. La respirerete infine nel fermento perenne della folla che animerà senza sosta i negozietti assiepati lungo la Spaccanapoli, l’antico decumano inferiore che correndo tra antiche chiese e palazzi nobiliari raccorda Piazza del Gesù Nuovo con il tristemente noto quartiere di Forcella. E proprio questa vitalità, che non tarderete a interiorizzare, diverrà il ritmo dei vostri giorni e delle vostre notti napoletane, il cui alternarsi troverà continuità nell’inarrestabile energia che farà da sfondo al loro continuo e reciproco compenetrarsi.

Il rifulgere offuscato di una bellezza straordinaria

La bellezza di Napoli è ben attestata sia dalla raffinatezza architettonica dei numerosi edifici religiosi e civili, che ne qualificano l’impianto urbanistico, sia dalla rilevanza espositiva di realtà culturali come il Museo Archeologico di Napoli o il Museo di Capodimonte. Essa presenta tuttavia un tratto particolarissimo, quasi il suo splendore non riuscisse mai a giungere a pienezza, risultando a un tempo attutito e valorizzato dall’ottundimento che perennemente la avvolge. Proprio questo peculiare carattere della bellezza partenopea sembra trovare la sua espressione più emblematica in una scultura del Settecento, eretta dalla sua misteriosa singolarità non solo a una delle più conosciute e ammirate opere d’arte della città, ma addirittura a suo stesso simbolo: il Cristo velato del Sanmartino, tanto apprezzato da Canova da fargli affermare che avrebbe dato dieci anni della sua vita pur di poter esserne lui il creatore. In questo capolavoro, proprio attraverso il velo che lo ricopre, il cadavere di Cristo è a un tempo esaltato e offuscato: esso, infatti, mentre per un verso valorizza al massimo tutta la potenza delle forme del figlio di Dio divenuto uomo, per l’altro palesa in modo decisamente efficace la loro momentanea situazione di debolezza derivante dall’essere divenute prigioniere della morte, pur destinata a essere ben presto sconfitta. Quasi una metafora della bellezza di Napoli, il cui fascino sembra costantemente appannato da una contingenza che impedisce di scorgere la sua effettiva straordinarietà.



L’eccezionalità della semplicità: nell’universo della pizza

Se della bellezza partenopea forse vi risulterà difficile cogliere l’effettivo splendore, scoprirete tuttavia ben presto che essa, quasi come in una sorta di contrappunto, saprà mostrarvi in una luce nuova anche ciò che appartiene alla più quotidiana normalità. E sarà in questa luce che riuscirete a comprendere il successo riscosso a tutte le latitudini da quello che è il vanto gastronomico di Napoli: la pizza. Questo prodotto, come capirete gustandolo ad esempio nella sua versione più filologicamente tradizionale “Da Michele” o nelle più creative declinazioni da “Concettina ai tre Santi”, risulterà infatti una delle più efficaci espressioni di una città capace di trasformare in eccellenza ciò che altrove rischierebbe di essere considerato troppo banale per venire preso in considerazione. E se penserete agli ingredienti essenziali della pizza, farina e acqua, e a quello che probabilmente fu il suo uso più remoto, quello cui allude Virgilio nell’Eneide parlando delle mensae, non potrete che stupirvi per il ruolo che questo prodotto ha assunto, anche nelle sue più immangiabili imitazioni, nel panorama gastronomico internazionale legato all’immaginario simbolico di Napoli e dell’Italia. Un vero e proprio “miracolo”, forse compiuto anch’esso da quel San Gennaro cui la città, religiosa o laica che sia, guarda come al suo indiscusso protettore.

La forza di una cucina radicata nella tradizione

Ovviamente la cucina partenopea non sarà solo pizza, sebbene quest’ultima costituisca in qualche modo il paradigma da cui essa risulterà animata sia laddove sceglierà di far prevalere i gusti di terra, sia quando a giocare un ruolo chiave saranno invece i sapori di mare. Per lasciarvi pervadere da questi ultimi non esitate a varcare la porta di un magico locale situato a pochi passi dal regno delle favolose cravatte di Marinella: “Cru…do re”. Nei pochi tavoli di una sala le cui pareti sono arredate da bottiglie di importanti bubble italiane ed estere, potrete degustare straordinarie proposte di pesce, sia crudo sia sapientemente elaborato attraverso cotture tese a preservarne l’eccellenza. Se invece ad affascinarvi sono i gusti di terra, declinati in modo tradizionalmente verace, puntate dritti sull’osteria “La Chitarra”: paccheri allardiati e salsiccia velata saranno delle vere esperienze che non dimenticherete facilmente e che vi lasceranno la voglia di tornare presto in questo piccolo locale che continua a riproporre con tenacia i veri gusti partenopei d’antan. Le sorprese poi non mancheranno, a Napoli, anche per chi ama l’universo del dolce: non perdetevi le pastiere e i babà di “Carraturo”, rimasta al di là dell’inevitabile evoluzione uno dei pilastri della tradizione pasticcera napoletana. Oppure, se non volete esagerare con le calorie, limitatevi a una sfogliatella, riccia o frolla, magari accompagnata da un caffè, il cui aroma unico si abbinerà inscindibilmente al vostro ricordo di questa suggestiva città.



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