Verona, sullo scenario del racconto dell'amore e della morte

di Piergiuseppe Bernardi


Prigioniera di un racconto affascinante

Mentre camminerete lungo le sue strade e le sue suggestive piazze, racchiuse nella sobria imponenza delle antiche mura comunali, probabilmente sarete afferrati dall’impressione di essere immersi in un orizzonte nel quale il fantastico ha finito col prevalere sul reale. E ci avrete visto giusto. Ad aleggiare potentemente su Verona, facendone la città romantica per eccellenza, sarà il racconto senza tempo di Giulietta e Romeo. Un racconto rielaborato magistralmente, non senza attingere sia a fonti addirittura risalenti all’antica Grecia sia a narrazioni messe a punto in epoche a lui immediatamente precedenti, dalla straordinaria creatività di William Shakespeare. Questa storia, che ha come protagonisti due ragazzi divisi nel loro irresistibile amore da un’atavica tensione tra le loro rispettive famiglie e destinati da questo stesso contrasto a togliersi la vita proprio a causa della loro passione impossibile, affascinerà dal Seicento in poi intere generazioni. E il fascino di questo racconto non tarderà a coinvolgere profondamente anche il suo presunto scenario: una Verona di fine del Trecento la cui ombra immaginaria si è venuta estendendo fino alla Verona di oggi, trasformandone in qualche modo la stessa fisionomia e valorizzandone al massimo proprio il suo essere ormai per sempre la romantica città di Romeo e Giulietta.

La potenza evocativa di un balcone ricostruito

La densità di questa ombra remota la percepirete anche se vi limiterete a guardare dal basso, in prossimità di Piazza delle Erbe, il balcone della casa di Giulietta. Quello sotto cui, secondo la narrazione di Shakespeare, Romeo avrebbe sussurrato alla fanciulla preoccupata del pericolo che stava correndo per lei: «Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi. Se tu mi ami non mi importa che essi mi scoprano. Meglio perdere la vita per mezzo del loro odio, che sopravvivere senza poter godere del tuo amore». La suggestione di queste parole sembrerà tuttavia perdere di forza non appena scoprirete che, mentre la casa di Giulietta risale effettivamente al tardo Medioevo, non così è per il famoso balcone. Quest’ultimo, andando a sostituire agli inizi del Novecento la vecchia ringhiera precedente, altro non è che un antico sarcofago scaligero inserito nella facciata che dà sul cortile della casa. Questa scelta architettonica sembra così prefigurare l’esito tragico della storia, il cui culmine è rappresentato anch’esso da un sarcofago medievale. Neppure quest’ultimo, posto nella cripta dell’ex convento di San Francesco al Corso, ha mai contenuto la salma di Giulietta. E tuttavia a prevalere, anche in questo caso, è il tratto accattivante della leggenda. Sia il balcone sia la tomba della fanciulla, frutto di una accorta strategia che ha saputo creare dal nulla i simboli di una narrazione che aveva come palcoscenico la città, hanno così finito col trasformarsi davvero nei più frequentati monumenti di Verona.



L’esclusività della musica in un anfiteatro antico

Questo costituirsi di Verona come palcoscenico di una delle più affascinati storie d’amore e di morte della storia non è estraneo all’essenza profonda della città. C’è qualcosa nel suo DNA che rimanda intrinsecamente alla narrazione e alla rappresentazione teatrale e musicale, imprimendo a quella che potrebbe essere una semplice città di provincia un tratto autenticamente internazionale. E se vorrete respirarne l’eco dovrete venire all’Arena. Non però per visitarla da semplici turisti, ma per viverla in prima persona come spettatori di un’opera lirica o di un concerto. Lasciarsi avvolgere dalla musica, tra le antiche mura di questo splendido anfiteatro romano perfettamente conservato grazie a un processo di continuo restauro, sarà un’esperienza davvero straordinaria. Che si tratti di Rossini o di Jovanotti, a dare un tono di singolare profondità ai loro pur diversissimi generi musicali sarà la storia che traspira dalle arcate e dalle scalinate rese uniche dall’architettura di questo straordinario spazio artistico e acustico. Esso, utilizzato in epoca romana per i combattimenti dei gladiatori, nel periodo medievale per bruciare gli eretici o per festeggiare sontuose nozze, agli albori del mondo moderno per partecipare ad appassionanti giostre cavalleresche, e infine al tramonto del Settecento per assistere a cruenti spettacoli di caccia ai tori da parte di cani opportunamente addestrati, solo nel corso dell’Ottocento avrebbe assistito all’insinuarsi sul suo palco della musica. E sarebbe tuttavia stata proprio quest’ultima, in tempi recenti, a divenire la protagonista quasi assoluta di questo spazio.

L’immaginario medievale su una facciata romanica

Le tracce della storia disseminate per Verona hanno un altro loro fulcro esteticamente affascinante, sebbene meno appariscente di quello dell’Arena, nella decorazione scultorea della facciata della Basilica di San Zeno. Ai due lati del suo portale, sul finire del XII secolo, Maestro Niccolò scolpì degli splendidi altorilievi nei quali a essere raccontati in chiave figurativa sono alcuni avvenimenti tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento. L’immaginario medievale che in essi risulta essersi sedimentato sembra trovare la sua massima espressività nella parte della decorazione volta a evocare i momenti centrali del libro della Genesi. A profilarsi attraverso di essa è una vera e propria narrazione in forma di immagine nella quale a susseguirsi senza soluzione di continuità, come nelle vignette di un fumetto ante litteram, sono i momenti centrali dell’antico racconto religioso ebraico-cristiano. La creazione del primo uomo, quella degli animali e infine quella di Eva sembrano prefigurare un mondo avvolto dalla perfezione in cui Dio lo ha pensato, quasi destinandolo a un’eternità senza storia. Laddove tuttavia la spirale del male simboleggiata dal serpente avvolge quel mondo di luce senza ombra, è quest’ultima a insinuarsi capillarmente nella realtà. A prendere vita dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre è dunque la storia, il cui propulsore dinamico è individuato da Maestro Niccolò proprio in quel lavoro agricolo i cui frutti, già in quella lontana epoca, costituivano per questi territori un vanto non di rado esibito e ostentato.



La squisitezza di una cucina accompagnata dall’Amarone

Proprio l’agricoltura, quella che Mastro Niccolò rappresenta come condanna dell’uomo a zappare la terra, ha saputo divenire nell’economia veronese un settore decisamente strategico. E la qualità che essa col tempo ha raggiunto la potrete scoprire, da voi stessi, nei cibi e nei vini che connotano la fisionomia enogastronomica di questa città veneta. Se vi piacciono i gusti autentici dei piatti d’antan, venite a provarli alla Trattoria al Bersagliere, in pieno centro, e lasciatevi sedurre dalla raffinatezza degli sfilacci di cavallo, dalla forza dei bigoli al torchio con l’anatra e dai profumi speziati della pastissada, resa unica dalla macerazione della carne nel vino delle colline che circondano la città. Se invece amate la cucina più raffinata, capace tuttavia di trarre ispirazione da questi stessi gusti declinandoli in forme inedite, fermatevi in Casa Perbellini, proprio nella piazza antistante la Basilica di San Zeno. Sia che scegliate il risotto in bianco con ostriche e capesante o i cappelletti ripieni di porri brasati con spuma di stracchino e crostacei croccanti, sia che decidiate di puntare invece sul petto di piccione con camomilla e polvere di lamponi o sul controfiletto di cervo con crema di cappuccio rosso, mostarda di mela campanina e topinambur, non vi sbaglierete. E se accompagnerete questi piatti con un buon calice di Valpolicella o di Amarone, avrete la conferma di come a contrassegnare le produzioni di questa terra sia un carattere forte e appassionato. Forse lo stesso da cui è scaturito quell’affascinante racconto di amore e morte che da secoli ormai fa da sfondo a questa splendida città attraversata dall’Adige.

Foto di Andrea Sartori



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