La Caudrina

di Piergiuseppe Bernardi


La Caudrina oggi è diventata un nome conosciuto e apprezzato. E non solo nell’ambito ristretto dei professionisti del vino, ma anche in quello, ben più vasto, di chi è alla ricerca di etichette venate di autenticità. Per molti degli uni e degli altri questo Moscato Bianco, con i sentori aromatici e la delicata persistenza gustativa che gli derivano dalle uve coltivate sulle ripide colline di Castiglione Tinella, ha rappresentato una vera e propria rivelazione. Peraltro destinata a tradursi, ben al di là del fascino momentaneo della scoperta, in un amore destinato a durare nel tempo: quello per un inconsueto vino
dolce il cui sapore antico, ormai quasi oscurato dai potenti e complessi gusti dei Baroli e dei Barbareschi che crescono a breve distanza, è stato quasi miracolosamente preservato dall’estinzione.
Il nome La Caudrina non indica più dunque soltanto un vino e l’azienda che lo ha lanciato, ma si è trasformato col tempo anche in un simbolo: quello del riscatto di un territorio che, valorizzando un’eccellenza solo ingiustamente ritenuta “povera”, ha saputo con essa ritagliarsi un suo significativo spazio sul mercato nazionale e internazionale.



Le storie di vino, però, sono sempre storie di uomini. E anche dietro la storia de La Caudrina c’è una storia di uomini. Di un padre, Redento, capace di trasmettere al figlio, Romano, una passione per la terra, per le viti e per il Moscato che sarebbe diventata non solo la sua stessa ragione di vita, ma anche l’elegante firma di una produzione destinata a trasformarsi nello stesso volano di crescita di un territorio troppo a lungo ritenuto, su un piano vitivinicolo, così poco significativo da risultare marginale. E l’imprinting di Redento su Romano, persino oggi che quest’ultimo è stato chiamato a guidare da Presidente il Consorzio dell’Asti, lo si percepisce ancora fortissimo quando lo si sente parlare: Mio padre su queste colline, nell’immediato dopoguerra, faceva il contadino. Due ettari e mezzo di terra, tre o quattro mucche e una famiglia da mantenere con una vita durissima. Come però mi ha sempre insegnato lui, “quando è il momento, bisogna combattere”. E mio padre non si è certo tirato indietro, ponendo le basi per lo sviluppo di quell’avventura che oggi, con mia moglie e i miei tre figli, sto continuando a portare avanti. Improvvisamente si alza, stacca dal muro una foto in cui è ritratto con suo padre e me la mostra con gli occhi lucidi: «Quanto abbiamo combattuto! In quegli anni, io ho cominciato nel ’61, fare il vino non era mica come oggi. Di giorno si vendemmiava, di sera si portavano le ceste in cantina e di notte si pigiava. E poi c’era da filtrare il vino nelle vasche di cemento con i sacchi olandesi. Altro che l’enologo! Dall’enologo, a quell’epoca, si andava come si andava dal medico: quando c’era davvero qualcosa che non andava e che col tempo non si risolveva. Nessun soldo, nessuna attrezzatura, nessun cliente. Si faceva tutto a mano, tutto da soli, tutto ingegnandosi al massimo, per poi portare a casa quel poco che consentiva di mangiare e di continuare a lavorare l’anno dopo. Sarà solo a partire dal ’70 che le cose, con il primo filtro a piastra e con la fermentazione in bottiglia, cominceranno a cambiare. Non sempre però la fermentazione funzionava e veder saltare il tappo o il culo della bottiglia non era affatto raro. Finalmente, nell’81, siamo riusciti a comprare l’autoclave e a usare bottiglie sterili. Con quanti debiti però…».
Dal tono delle sue parole, improvvisamente interrotte da lungo sospiro, trapela tutta la stanchezza di un uomo che, dopo 57 vendemmie, ha visto tutto quel che doveva vedere sia del mondo del vino sia, forse, anche della vita. E che tuttavia, modulando tenacia ed entusiasmo, ha saputo combattere coraggiosamente dure battaglie, vincendole l’una dopo l’altra senza mai lasciarsi piegare:
«Le difficoltà non sono mai mancate, senza sparire nemmeno dopo la partenza alla grande de La Caudrina vent’anni fa. Estinguere un mutuo bancario di oltre
due miliardi di vecchie lire con i relativi interessi, mentre in parallelo ammodernavamo gli impianti di coltivazione e di produzione del vino, ha indubbiamente richiesto un grande sforzo. Ma siamo qui per combattere e continuiamo a farlo.



Finalmente ora senza più avere l’acqua alla gola, anche grazie a mia moglie, ad Alessandro, Sergio e Marco, i miei tre figli che ora lavorano con noi. Insieme gestiamo ormai una trentina di ettari vitati e abbiamo superato le 250.000 bottiglie. E intanto – ammicca mostrandomi sul cellulare la foto della piccola Noemi e annunciandomi la prossima nascita di un altro nipotino – aspettiamo che a darci una mano arrivino le nuove leve».
Mi lascio cullare dalla sonorità tutta piemontese della sua voce, mentre – tra legittimo orgoglio e sano realismo – mi fa da guida nei vari spazi della “sua” cantina: da quelli esterni dedicati alla pigiatura e al filtraggio del vino, a quelli interni dove questo si affina in acciaio e legno, fino a quelli destinati infine all’imbottigliamento e allo stoccaggio, in attesa che il Moscato prenda vie che lo porteranno lontano: dalla Svezia alla Russia, dal Giappone alla Cina, fino agli Stati Uniti. «Sono dovuto andare dappertutto – rimarca quasi incredulo – pur di vendere il vino! Eppure oggi, se non fai così, è inutile lavorare bene in vigna e in cantina: il vino non lo vendi! Per fortuna adesso ci sono i figli e parlano inglese. Ma allora, quando sono nati, c’eravamo solo io e mia moglie Bruna: vi
gna e cantina, amministrazione e fiere. Oggi un figlio è enologo, gli altri seguono amministrazione e promozione. Allora facevamo tutto noi, sempre di corsa. E per fortuna ogni tanto arrivava una recensione positiva, un premio, un riconoscimento. Era la conferma che eravamo sulla strada giusta e che bisognava andare avanti. Quando fai una vita così, senza avere queste soddisfazioni come faresti a trovare la forza per continuare a combattere?».
Dalla terrazza, avvolta da una bruma autunnale su cui sta ormai calando la sera, mi mostra una parte dei vigneti dove nasce il mitico Moscato de La Caudrina. E, guardando l’orizzonte nel quale durante le belle giornate il sole tramonta mettendo in risalto le essenziali linee del Monviso, sussurra quasi a se stesso: «Certo la mia vita non è stata facile, ma in fondo sono stato un uomo fortunato. Vivo in un luogo magico, ho una moglie e dei figli splendidi, e ho conosciuto persone davvero straordinarie: Luigi Veronelli e Mario Soldati, Giacomo Bologna e il conte Riccardi, Giacomo Oddero e Alessandro Lupano uomini come oggi non ce ne sono più. Uomini che, in modi diversi, mi hanno davvero dato una mano e, senza i quali, la Caudrina non potrebbe nemmeno lontanamente essere quello che invece è diventata. Un sogno diventato realtà, forse un destino diverso da quello che mio padre Redento, che mi immaginava aviatore, avrebbe voluto per me. Un sogno però di cui – ne sono certo – sarebbe orgoglioso».



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