L’inusual food di Marie Cecile Thijs

9 GIU 2018



di Piergiuseppe Bernardi

La cornice, davvero straordinaria, è quella dell’appartamento patronale di Palazzo Saluzzo di Paesana. Un magnifico edificio settecentesco, caratterizzato da volte affrescate nelle quali mitologia classica e episodi biblici si alternano senza soluzione di continuità, che solo la recente riapertura pubblica per eventi e mostre ha consentito di riscoprire come una delle troppo a lungo celate bellezze della Torino sabauda. E sarà questo contesto, imponente e suggestivo, a fare da sfondo fino al 15 luglio ad una mostra sorprendente: The inusual is natural, la prima personale italiana della fotografa olandese Marie Cecile Thijs.

La sorpresa è dettata innanzitutto dalla peculiarità degli scatti della Thijs, insorti da uno sguardo capace di declinare la fotografia in una chiave pittorica dalla quale ad essere evocata, come d’incanto, è la spazialità tipica dei dipinti olandesi e fiamminghi dek XVII secolo. Quella che, giocando con l’intersecarsi plurale di fonti di luce, imprime ai soggetti rappresentati una nitidezza dalla quale a traparire è la loro essenza più profonda. Ora, questa stessa tensione a far emergere l’unicità di ciò che viene di volta in volta rappresentato, affiora anche dalle fotografie della Thijs. E con una tale potenza che, pur espressa nelle forme di una studiata raffinatezza, appare in grado di produrre un senso di piacevole stordimento.

La fotografia della Thijs, muovendosi in un antinomico orizzonte nel quale l’orizzontalità del quotidiano si dissolve nella rarefatta verticalità del metafisico, cattura universi molto eterogenei tra loro: da quello dei fiori, fissato nelle multicolori e movimentate forme dei tulipani, a quello dei gatti, enfatizzati nella regalità impenetrabile della loro indole; da quello degli humans angels, la cui effettività corporea è come proiettata da improbabili ali in un’evanescente atemporalità, a quello del food portraits, in cui ad alternarsi sono ritratti di chef e immagini di piatti rispettivamente sottratti in una chiave quasi surrealista alla concretezza della loro quotidianità.

L’essenzialità trasmessa da Swedish chanterelles on bread, nel quale le striature infarinate di una rustica baguette fanno da supporto allo stagliarsi artificiosamente ordinato di una fila di funghi che dal pane stesso sembra prendere vita, l’esclusività dell’ostrica espressa in Royal Oyster attraverso il suo dischiudere una corona regale, la naturalezza veicolata da Grapes attraverso le forme di tre grappoli sospesi in un vuoto che ne esalta la colorata fragranza, sono solo alcuni esempi di come la fotografia olandese riesca con i suoi scatti a rendere inusual quel mondo del food la cui banalizzazione rappresentativa è davanti agli occhi di tutti.

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