Piano 35: quando il drink diventa un’emozione

25 GIU 2018



di Piergiuseppe Bernardi

Immersi nel cielo di una luminosa Torino di fine primavera, nel suggestivo contesto del lounge bar più alto d’Italia, lasciamo che naso e palato si perdano nella caleidoscopica esplosione di profumi e aromi destinati a sprigionarsi dai drink che via via arrivano ai tavoli. E che costituiscono la novità dell’offerta estiva di questa location in cui vetro e metallo fanno da scenario a un momento nel quale le emozioni trovano il loro apice nel mix eclatante di colori e sapori che separano scenograficamente il fondo di un bicchiere dal suo orlo sottile.

Il denso fumo che fuoriesce dalla lucerna in cui trova posto Fog in the sky, magico intreccio delle note balsamiche di funghi nordici e pino mugo; la sfumatura tropicale che soggiace al sapore di caffè e cioccolato de Il bicerin del Drugo, evocazione alcolica della più corroborante delle “galuperie” dell’ottocento subalpino; le risonanze arabo-berbere di Medina, dischiuse da un tajine che mescola i suoi profumi a quelli di un marocchino the alla menta: ecco come qui il presente della mixology si prepara a un futuro nel quale sostanza e scenografia si compenetreranno sempre di più.

Nulla potrebbe, però, la pur straordinaria scenografia elaborata per la presentazione di questi geniali cocktail senza il racconto del loro prender forma nella mente di chi li ha creati. Non risulterà così per nulla strano il fatto che proprio questo racconto, divenuto parte dei cocktail stessi, accompagni ormai la loro presentazione alla clientela. Quest’ultima non di rado sedotta da una narrazione – storytelling, si direbbe oggi con un ormai abusato lessico anglofono – capace di imprimere ancora più forza, sebbene non ne abbiano affatto bisogno, ai drink stessi.

A dar vita a questo magico universo di sensazioni, evocate da un sorso di alcol denso di sapori inattesi, è Mirko Turconi. Certo un bar tender dall’abilità tanto spiccata da riuscire ad aggiudicarsi nel 2017 il primo posto nella più prestigiosa delle competizioni italiane di mixology. Ma anche un professionista capace – merce rara in questi tempi di egocentrismo narcisistico dei protagonisti dell’alta cucina – di far crescere e valorizzare i giovani con cui ha scelto di condividere la sua sfida di fare di ogni drink il tramite di un’emozione.

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