Quando Marylin fu sedotta dal tartufo

di Piergiuseppe Bernardi


La città di Alba era lontana, maledettamente lontana dall’aeroporto dove era atterrata. Certo, per lei, viaggiare non era un problema e il suo mestiere l’aveva abituata ad essere continuamente in movimento. Una cosa però erano le strade ampie e dritte degli States, ben altra questo percorso denso di curve che la costringeva a sorreggersi con la mano destra alla maniglia pieghevole dell’automobile su cui si trovava. Si chiese perché avesse deciso di venire in questo luogo remoto del Nord Italia, acconsentendo a un invito non diverso dai molti che riceveva quotidianamente. Provò a convincersi che la ragione del suo viaggio fosse il tartufo che le era stato proposto di venire a ritirare proprio laddove nasceva. Subito però, ben consapevole del fatto che ancora una volta stava mentendo a sé stessa, sorrise amaramente. Lo sapeva bene. A indurla a venire fin qui, raggiungendo una terra in quell’anno resa ancora ancor più ostile dalla fredda bruma autunnale, era stato un desiderio di fuga: dal suo mondo, dal suo personaggio, forse da sé stessa. E non riuscì nemmeno a nascondersi che anche in questa fuga, nonostante si fosse fatta accompagnare da qualche fidato amico, si sentisse comunque terribilmente sola.

Il suo sguardo, attraverso il finestrino impregnato di nebbia umida, si perse sulle colline che la circondavano. Proprio lì, probabilmente sotto le basse piante di nocciolo che di tanto in tanto l’auto in corsa fiancheggiava, nasceva quel misterioso tubero che aveva rappresentato il pretesto per il suo viaggio di quei giorni. Di queste terre, per decenni, non sarebbe stata in grado di dire, neppure approssimativamente, dove si trovassero. Il tartufo invece lo conosceva da tempo: aveva avuto occasione di assaggiarlo, peraltro senza troppo entusiasmo, in alcune delle decine di cene di gala cui la sua carriera di attrice ai vertici del jet-set l’aveva costretta a partecipare. I suoi commensali non avevano mancato di esaltargliene le qualità, valorizzate soprattutto da qualche grande piatto della cucina francese. Solo più tardi, sette anni prima che l’automobile su cui viaggiava attraversasse gli impervi pendii che gli riempivano gli occhi, aveva scoperto il tartufo bianco d’Alba. Gliene aveva fatto omaggio uno sconosciuto albergatore italiano, un certo Giacomo Morra, inviandogliene un esemplare davvero gigantesco. Il regalo le aveva fatto piacere, più che non per il prodotto in sé, perché le avevano spiegato che qualche anno prima questo stesso omaggio era stato riservato a Rita Hayworth. Ma si era trattato solo di un attimo: la sua carriera, pur tra alti e bassi, veniva prima di tutto. Figuriamoci di un tartufo.



La forza del tartufo bianco d’Alba, insuperabilmente percepibile nell’aroma che riesce a imprimere alla morbidezza dei tajarin o alla croccantezza dell’eûv al palet, è legata ai tempi lunghi. Il suo essere un fungo ipogeo lo abitua a crescere al buio, a prendere coscienza della sua identità senza manifestarla, a trattenere in sé ciò che lascerà esplodere in un istante. Forse è per questa ragione che la sua forma confonde, il suo profumo stordisce e il suo sapore sconcerta. Qui sta la sua capacità di seduzione, mai frutto di immediatezza, ma sempre esito di percorsi misteriosi e inafferrabili. Così, probabilmente attraverso queste vie imperscrutabili, il tartufo fatto pervenire a Marilyn nel 1954 da Giacomo Morra era riuscito a far breccia nel suo cuore. Proprio di lei, che all’inizio l’aveva guardato con sufficienza e lo aveva considerato non un amalgama ogni volta differente di profumi e sapori in cui la terra esprime se stessa, ma piuttosto un ben più effimero riconoscimento di prestigio sociale. Lei lo aveva fatto senza avvedersene, ma aveva sottovalutato la sua reazione. Lui, forte della sapienza acquisita dalla lentezza del suo formarsi nelle oscure profondità ipogee, sapeva che a Canossa ci sarebbe venuta Marilyn. Ed aveva vinto. Lei, star di prima grandezza che i registi si contendevano e a cui il pubblico guardava come a un mito, lo stava capendo solo ora: il suo viaggio non era affatto estraneo al bisogno di venire a respirare il profumo di quello strano tubero nella terra stessa di cui esso era il frutto.

Marilyn sperò che la novità di quel che l’attendeva nelle poche ore che avrebbe trascorso in quelle terre riuscisse a sottrarla ai pensieri cupi che l’avevano accompagnata anche durante il viaggio. Sapeva che il rischio di essere riassorbita da questi ultimi era elevatissimo. Ormai da anni essi, come fantasmi indomabili, turbavano i suoi giorni e le sue notti senza darle tregua. E per sottrarvisi, aveva provato di tutto: l’amore, il sesso, le feste, l’alcol, i farmaci, gli strizzacervelli. Tutto inutile: i suoi incubi non solo non si erano dissolti, ma venivano riaffacciandosi ogni volta alla sua mente in forme il cui unico tratto inedito era la loro sempre maggiore capacità devastante. L’arrestarsi improvviso dell’automobile scura su cui viaggiava la strappò all’angoscia che la stava assalendo. Entrò nella hall dell’albergo temendo il peggio, visto che le sue visite si trasformavano spesso in bagni di folla ormai divenuti per lei insopportabili. A venirgli incontro con un sorriso fu invece soltanto il signor Morra, accompagnato dalla moglie Teresa. Si salutarono affabilmente, ma Marylin chiese immediatamente di potersi ritirare nella camera che avevano approntato per lei. Si sentiva molto stanca e sapeva che ad attenderla sarebbe stata una levataccia nel cuore della notte. Almeno qualche ora di sonno, pur trascorsa col desiderio che la luce del mattino la liberasse dalle ombre inquietanti che in esse l’avrebbero tormentata, non poteva che farle bene.



Fu proprio nel cuore della notte che accadde ciò che attendeva dall’inizio del viaggio. Vivere in prima persona la ricerca del tartufo e potersi riempire del suo profumo le narici: non però in un momento qualsiasi, ma in quello in cui questo magico fungo viene sottratto alla terra che l’ha cresciuto e conservato. A questo appuntamento volle andarci da sola, senza amici. Aveva insistito perché ad accompagnarla fosse soltanto il signor Morra, ma gli era stato spiegato che non si sarebbe potuto fare a meno di Barot, un trifulau tra i più esperti, e del suo abilissimo cane. L’automobile che da Alba li portò verso Roddi, li lasciò lungo la strada. Salirono lentamente il fianco di una collina lungo un sentiero che si inerpicava attraverso alcune macchie di noccioleti. Poi il sentiero, almeno ai suoi occhi disabituati a muoversi nella notte, sembrò perdersi, mentre il paesaggio divenne ricolmo di alte piante agitate dal vento. Le dissero che erano tigli e che tra le loro radici il tartufo assumeva un colore e un sapore tra i più apprezzati. Tutt’a un tratto il piccolo cane nero, che fino a quel momento aveva continuato ad aggirarsi irrequieto annusando odori incapaci di sollecitarne il fiuto, rizzò la coda e si arrestò. Poi puntò dritto verso la base di un tiglio e cominciò a scavare con le zampe anteriori. Barot gli si avvicinò e, con una carezza, lo allontanò, ripulendo poi accuratamente con un coltellino a serramanico il buco che il suo fido cane aveva cominciato a scavare.

Fu allora che il trifulau si scostò e cedette il posto a Marilyn. Non sapeva bene quel che doveva fare, ma le venne spontaneo come un gesto dettato da un amore complice. Si inginocchiò e, guidata dagli occhi silenziosi del signor Morra, infilò le sue mani curate lungo il varco aperto da Barot nella terra umida. La pelle delicata delle sue dita incontrò una superficie ruvida, che le trasmise un senso di estrema vitalità. Una sensazione, ad un tempo immediata e potente, che credeva ormai di non poter più provare. Il suo sguardo, come quello di una bambina smarrita, cercò ancora nel buio gli occhi del signor Morra. Aveva bisogno di un suo gesto di assenso per procedere oltre. Lo ebbe, lieve come la nebbia che li avvolgeva e deciso come la resistenza che i tigli opponevano al vento. Con una cura meticolosa, quasi stesse compiendo un antico rituale, sottrasse il tartufo al mondo sotterraneo che finora l’aveva protetto. L’aria fu attraversata da un profumo ammaliante, dando a Marilyn la certezza di essere lì per questo. Solo per questo. E, inatteso come un fulmine fuori stagione, un sorriso di cui si credeva ormai incapace le illuminò il viso.

ph Bruno Murialdo



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