Maupal: l'artista che mette d'accordo potere spirituale e potere temporale.

di Simona Cangelosi


L’autore si chiama Maupal, all’anagrafe Mauro Pallotta, romano doc, conosciuto da tutti come l’artista del SuperPope, il murales che ha già fatto il giro del mondo, divenendo un vero e proprio manifesto di Pace. In una mattina di metà ottobre del 2016, fece nuovamente scalpore l’immagine apparsa su vicolo del Campanile che raffigurava Papa Francesco sorretto su una scala, intento a giocare al tris della pace, con una guardia svizzera a fare da palo: subito ammonito con cancellazione immediata, Maupal fu poi invitato sia in Campidoglio che in Vaticano, dopo essere stato osannato dalla stampa internazionale. Nato nel cuore della Città Eterna, definita da sempre la più bella: «Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma», diceva Orazio Flacco Quinto.

Quando nasce la sua passione per la street-art?

«Ho respirato Arte da sempre, perché sono cresciuto tra Borgo Pio e il Rione Ponte, a due passi dal Vaticano. Ho studiato al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle Arti. Vivere con la creatività però non è semplice. Non potevo farmi finanziare dalla famiglia e così mi sono rimboccato le maniche e ho cominciato a lavorare ovunque. Nel locale dove facevo il lavapiatti, esponevo le mie opere e i clienti, quando chiedevano al proprietario chi fosse l’autore, restavano increduli alla risposta: “Vada nel retrobottega, è la stessa persona che sta lavando i piatti dove avete consumato i vostri pasti…”. In quelle prime opere ho raffigurato personalità della mia romanità come Gabriella Ferri, Franco Califano e Aldo Fabrizi. Poi ho realizzato le mappe di Roma con le carte da gioco, arrivando persino a sperimentare la lana d’acciaio per i miei ritratti, ma qualsiasi sforzo facessi non riuscivo a sbarcare il lunario. Quando venne eletto Papa Francesco pensai di raffigurarlo come simbolo di fiducia verso un popolo ormai disilluso, sperduto e in cerca di speranza. E così nasce il mio SuperPope, ovvero il supereroe dei nostri tempi ed è con questo personaggio che è cambiata la mia storia».

E cosa accadde?

«Il finimondo. Mi chiamarono tutte le testate del mondo, persino un’emittente afghana. Il mio intento era quello di raffigurare un Papa supereroe semplice e umano: con la pancia, gli occhiali, la borsa con su scritto “Valores”, con la sciarpa del San Lorenzo, la squadra del cuore argentina per cui tifa. Comunque il murales fu subito cancellato, ma tutto il mondo dei media parlò di me. Tutti i ristoratori e gli abitanti di Borgo Pio si ribellarono alla rimozione, e così l’A.M.A. fu costretta a venire all’alba per eliminarlo».



Poi a marzo del 2014 l’incontro con Papa Francesco...

«Sì, fu una grande emozione, prima di entrare in udienza tutte le guardie svizzere mi riconoscevano e volevano farsi dei selfie con me. Il Papa mi guardò, mi sorrise e mi diede uno scappellotto. Oggi però collaboro con lui: disegno il SuperPope su t-shirt e gli incassi vanno in beneficenza a enti bisognosi».

Come proseguì la sua carriera?

«Per un po’ venni identificato come l’artista che aveva realizzato il vero ritratto di questo Papa, ma la persona che devo ringraziare è Agathe Jaubourg, curatrice di mostre e gallerista, che mi propose di partecipare alla realizzazione di una opera dedicata a Pier Paolo Pasolini, in via Fanfulla da Lodi al Pigneto, il quartiere dove fu girato il film Accattone. Dopo qualche mese, a ottobre 2016, decisi di rappresentare nuovamente il Papa, mentre era in corso la guerra al confine russo-ucraino, pensando che l’unica persona in grado di lanciare un messaggio di pace fosse proprio lui, pronto a indicare la giusta direzione a chi l’aveva persa. Ho pensato: cosa farebbe il Papa se fosse me? Decisi di far diventare il Papa uno street-artist, con delle difficoltà, mentre si regge su una scala volutamente al contrario, intento a giocare a tic tac toe (tris) con i simboli della pace, indicando la mossa vincente. Dopo poche ore il murales viene cancellato, ma, stranamente, vengo chiamato dal sindaco Virginia Raggi in Campidoglio. Non era la prima volta, la cosa accadde anche durante l’amministrazione Marino. Entrambi mi dissero la stessa cosa: “Il disegno è bello ma bisogna applicare la legge”. Solo che un artista spagnolo mi ha copiato le opere, ugualmente abusive, e nessuno gli ha detto nulla».



La sua ultima opera?

«Un gabbiano, che solitamente viene rappresentato come simbolo di libertà, ma per la mia città di Roma ha assunto un altro significato: il volatile tiene in becco un curriculum vitae per essere assunto in A.M.A. S.p.A. – Azienda Municipale Ambiente Roma – ormai arrivata al collasso. In città c’è spazzatura ovunque e i quartieri sono diventati vere e proprie terre dei fuochi …».

Che cosa unisce il cittadino all’artista?

«Per me la relazione tra cittadino e artista convive in una sola anima, con la stessa franchezza meditativa mentre si realizza una concezione artistica dello street-art che diventa forma di denuncia, di convivenza e unione. Mi piace stare in mezzo alla gente e fare volontariato. Sono stato a Mombasa, in Kenya, a decorare una scuola per i bambini, e poi al carcere minorile di Reggio Calabria a insegnare pittura a quei ragazzi. Sono tutte esperienze che ti segnano e ti cambiano dentro. Ne ho viste di cose e ho degli aneddoti simpatici da raccontare, accaduti neanche tanto lontano, anche qui a Borgo Pio, a pochi passi dal Vaticano, dove si vocifera che Papa Benedetto XVI venisse a mangiare spesso in una trattoria insieme alla sorella che soffriva di narcolessia, cioè si addormentava sul piatto tra il primo e il secondo, tra l’imbarazzo dei presenti…».

A chi volesse prendere il suo esempio cosa consiglierebbe?

«Di mettersi in gioco, anche illegalmente. La street-art si è evoluta, anche se le istituzioni hanno cercato di addomesticarla. Oggi siamo davanti a un bivio tra il legale e l’illegale, ma entrambi hanno un denominatore comune: la libertà. E io mi considero una persona libera».



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