MOSER vino da record

di Angela Cesaro


Classe 1951, originario di Giovo in provincia di Trento, nella bacheca del suo personale museo di biciclette conserva
la maglia rosa della prestigiosa vittoria del Giro d’Italia del 1984 e le tre Pietra di Pavé delle mitiche Parigi-
Roubaix, la gara più difficile al mondo, vinta dopo di lui solo da altri due italiani: Franco Ballerini e l’amico
Andrea Tafi. In un piccolo angolo c’è anche la maglia iridata assegnatagli
nel 1977 a San Cristobal come campione del mondo su strada, mentre non manca nemmeno la bici con la
quale nel 1984, a Città del Messico, frantumò il muro dei 50 km orari garantendosi il record del mondo di velocità
su pista. Un personaggio dunque forgiato da quelle due ruote che richiedono determinazione, volontà, forza e
una passione mai venuta meno, come conferma il fatto che ancora oggi percorra in bicicletta oltre 7.000 chilometri
all’anno. Il suo essere un grande personaggio internazionale del
mondo del ciclismo non gli ha però fatto dimenticare le sue radici contadine, le stesse che si respirano negli spazi
di Villa Warth, divenuta il cuore produttivo dell’Azienda Moser dopo essere
stata fin dall’epoca del Concilio di Trento una prestigiosa residenza vescovile. È qui che trovano posto la dimora
patronale e la cantina storica trasformata in barriccaia, oggi integrate da moderne strutture destinate a operazioni
di vinificazione e da un piccolo agriturismo. In questo contesto, dove si respira la storia, incontriamo
Francesco, in perfetta forma e pronto a raccontarsi, seppure con la titubante riservatezza che forse il nostro
entusiasmo nel trovarci di fronte un simile campione finisce con l’attenuare. Alla prima domanda, d’obbligo, su
come sia arrivato al ciclismo, la sua risposta è candida: no fu divina passione e nemmeno tenace convinzione,
ma più un caso legato all’intuizione di uno zio che lo convinse a dedicarsi a quel fantastico sport al quale sembrava
naturalmente predestinato. E pazienza se avrebbe dovuto lasciare da parte per qualche anno l’azienda
agricola di famiglia che, dopo essere rimasto orfano del padre, aveva accudito fin dall’età di 14 anni.
Tempi lontani, e tuttavia ben impressi nella sua mente come ricordi felici e capaci di emozionarlo ancora, paragonabili
forse solo alle emozioni che oggi, insieme alla moglie Carla e ai suoi tre figli Ignazio,
Carlo e Francesca, vive grazie al mondo del vino.



Le bottiglie, infatti, a casa Moser sono ormai diventate un affare di famiglia, come lo è sempre stato il ciclismo,
passione che Francesco ha trasferito a suo figlio Ignazio e che si è tradotta nella creazione di biciclette artigianali
che portano il nome del grande campione. Quel “Moser”, riportato sulle etichette del vino, ravviva il
suo ancestrale attaccamento alla terra; quel nome sulle biciclette evoca ricordi gloriosi.
In entrambi i casi racconta quanto per Francesco la famiglia sia un valore a un
tempo terapeutico per il cuore e per gli scopi aziendali.
Ci piace stimolarlo e farci raccontare del tempo: di quello cronologico che Moser
ha spesso frantumato con le sue performance da record, e quello di una vita
vissuta, tra vigneti e cantine, continuando a darsi sempre
nuovi obiettivi. Soppesa le parole, quando parla di suo padre Ignazio che lavorava
la vigna sui ripidi versanti che caratterizzano la Valle di Cembra; un areale, a lungo
snobbato da produttori che gli preferivano la più comoda pianura rotaliana,
e che invece era destinato a rivelarsi, per i risultati che lì si ottengono coi vini, come
una delle più sorprendenti aree vitate del Trentino. Sarà qui che Francesco,
col fratello Diego, già negli anni settanta comincerà a produrre le prime
bottiglie, arrivando poi negli anni ottanta all’imbottigliamento del TrentoDOC,
non senza riuscire a fare proprio di quelle bollicine lo stesso fiore all’occhiello
dell’azienda.
Pur estasiati dal sentir disquisire



di vittorie, siamo qui per le bollicine. E le bollicine di Moser, al pari almeno
delle sue vittorie, riescono davvero di entusiasmarci: con la loro territorialità
capace di esprimere al massimo l’anima espressiva dello Chardonnay
del Trentino; con il loro carattere deciso e lineare, frutto di una nitidezza
che sembra il marchio stesso dei vini dei Moser; con l’intelligente vivacità
che, degustandole, continuiamo a leggere negli occhi di Francesco. Se per
primeggiare è necessario avere consapevolezza e una grande personalità,
“terroir” necessario per consentire quei successi, di quello stesso “terroir”
il vino dei Moser segue le orme, governando con una scienza e una sapienza
che nulla hanno in comune con la casualità e la fortuna i complessi processi
di creazione di grandi vini. Bici e vino. Una connessione perfetta,
di cui è testimonianza il TrentoDOC che porta in etichetta un singolare accostamento
di numeri: «51,151». Quello del chilometraggio esatto percorso
da Moser quando infranse, a Città del Messico, il record dell’ora. Una bollicina
– prodotta da uve Chardonnay provenienti dai vigneti di Maso Warth,
della Valle di Cembra e dalle colline poste alle spalle di Lavis, a 250 metri
di altitudine – che affina in bottiglia su lieviti selezionati per un
minimo di 30 mesi fino al momento della sboccatura. Le circa 45.000 bottiglie
che ogni anno vengono prodotte presentano un perlage fine, un colore
giallo paglierino, delle note fresche e fragranti, e al palato risultano secche,
fresche, con buona sapidità e persistenza. Realizzato tramite la selezionate
di uve Pinot Nero lavorate e raccolte a mano, il Rosé Extra Brut ha invece un
colore rosa tenue, al naso è complesso con sentori di piccoli frutti rossi, note
evolutive e leggermente tostato. In bocca presenta una decisa freschezza, sapidità
e ottima persistenza sul finale. E per finire eccoci a un Blanc de Blanc
“Brut Nature”, posto al vertice della gamma aziendale: fine nel perlage,
dal colore giallo paglierino intenso con note brillanti, al naso appare fruttato e
al palato secco, sapido e cremoso. Non siamo abituati né a correre né a
battere i record dell’ora, ma ci accorgiamo che quando decidiamo di lasciare
casa Moser è tardi. Ma ci dispiace lo stesso: belle atmosfere, belle storie, bei
vini e belle persone ci hanno fatto compagnia. Come si potrebbe chiedere di
più a questa giornata?



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