Paolo Spigariol

di Redazione


Fotografare è come respirare.
È un’esigenza, una necessità vitale, lo strumento ideale con il quale liberare la mia anima da sempre prigioniera della timidezza.

È passione, è la chiave per aprire il mio mondo interiore che, un tempo, era difficile da osservare, e con il quale oggi, a distanza di anni, ho trovato un giusto equilibrio tra l’ermeticità del pensiero e il desiderio di sperimentare e andare oltre, tra la razionalità, ereditata da mio padre, e la creatività regalatami da mia madre.
È come se avessi voluto frapporre tra me e il mondo l’obiettivo, un filtro che mi permette di sentirmi schermato e protetto, dandomi il coraggio di esprimere la mia sensibilità senza dover usare troppe parole, riuscendo a utilizzare l’immagine come strumento comunicativo.La macchina fotografica diventa la mia armatura, il più bel vestito che io possegga, il perfetto travestimento con cui penetrare gli oggetti arrivando alla loro essenza, al dettaglio, fermando il pensiero sfuggito agli altri.



guardata da punti differenti, sembra tutt’altra e come moltiplicata secondo le prospettive, così accade, analogamente, che, per la molteplicità infinita delle sostanze semplici, vi sono come altrettanti universi che però non sono che le prospettive d’un unico universo, secondo i diversi punti di vista di ciascuna monade” (G.W. Leibniz, I principi della filosofia o Monadologia).

Certamente gli anni della mia adolescenza non sono stati caratterizzati da un pensiero così cosciente, ma inconsciamente vedevo in ogni cosa un mondo a sé che dovevo scoprire estrapolandolo, senza escluderlo, dal suo contesto e dalla sua storia.


In questo modo con la fotografia riesco a interpretare ed esprimere l’esigenza di poter sussurrare le mie emozioni affidandole al contesto che mi circonda, senza timore che vengano maltrattate o male interpretate, pensando che, alla fine, la bellezza sia il linguaggio più comune.



È stato un percorso articolato, fatto di interrogativi, risposte e sperimentazioni, lungo il quale ho cercato di far sposare la fotografia alla materia, alla terra principalmente, che plasmo entrandoci in contatto, stampandoci sopra, creando un’opera unica fatta di materia e colori, ponendomi nei confronti di questi elementi con cura e gentilezza, la stessa con cui vorrei che venissero trattati i miei sentimenti.
Ne nascono delle fotografie tridimensionali dall’impatto fortemente materico. Opere uniche e irripetibili, frammenti autentici di orti, campi e vigneti, tanto organiche e reali che viene voglia di toccarle. Quelle opere le chiamo “Orto-Grafie” e sono parte integrante della mia ricerca artistica attraverso cui intendo percorrere sentieri sinestetici attraverso contaminazioni sensoriali che in qualche modo coinvolgano vista, udito, tatto, olfatto e gusto.

Alcune opere le profumo, come quelle delle “Terre di Marostica” che odorano di ciliegia, o quelle che chiamo “Terra di Cartizze” con l’aroma di Prosecco. Opere che raccolgo in una installazione multimediale che definisco “L’orto dei sensi”.
Le immagini, i profumi e i colori della natura li vivo nella terra, loro madre, come sintesi della compiutezza del mio personale concetto di rappresentazione della vita.


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