Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

di Lamberto Vallarino Gancia


I suoi occhi brillano quando racconta di come lei, cresciuta in mezzo a dipinti e oggetti di arte antica, abbia ereditato dalla madre quella propensione al collezionismo che l’ha spinta quasi naturalmente verso l’universo dell’arte contemporanea. Fu così che Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, dai primi anni novanta, cominciò a esplorare autonomamente questo universo tramite innumerevoli viaggi, frequenti visite a musei prestigiosi e incontri sempre più fitti con artisti contemporanei famosi dai quali, ben presto, comincerà ad acquistare i suoi primi quadri. La madre però non mancò di continuare a supportarla, spingendola a curare una raccolta prestigiosa di American Costume Jewelry, destinata a diventare un “tesoro” di oltre 1.000 pezzi di bigiotteria preziosa e rarissima, capace di ripercorrere la storia dell’artigianalità creativa stelle e strisce del Novecento.
Senza spaventarsi per i nuovi materiali che, in questo contesto, l’alta gioielleria nordamericana aveva scelto per dar corpo a nuovi oggetti di fantasia: dalla gomma vulcanica alla celluloide, dalla bakelite al plexiglas, fino al sempre più pervasivo acrilico.
Fu così che, per Patrizia, il collezionare arte contemporanea divenne l’occasione per vivere splendide esperienze. Eccola allora, nel 1992, approdare nella Londra degli Young British Artists. Una città che, fin da subito, la affascinò, dischiudendole gli innovativi mondi della Lisson Gallery e della White Cube e mettendola in contatto con curatori e
direttori di musei del calibro di Iwona Blazwick, Julia Peyton Jonese, soprattutto Nicholas Serota, quest’ultimo destinato a condizionare in modo significativo il suo modo di intendere il collezionismo.
«Entrare direttamente in contatto con questi personaggi – racconta Patrizia – mi ha indotto a riflettere su come l’arte contemporanea e il suo sguardo sul mondo che ci circonda ci aiutino a vivere con maggior consapevolezza il nostro tempo e ad acquisire una visione più critica su ciò che accade.



Non ho mai considerato le opere d’arte contemporanea come un oggetto di arredamento o un modo per decorare la mia casa: ho sempre guardato con interesse invece alla dimensione politica e sociale che le attraversa.
Collezionare, in questo senso, è un po’ come esplorare, disegnando poco a poco la propria mappa del mondo. Nella mia ricerca non ho mai prestato attenzione ad acquisire solo opere di artisti già affermati, non mi sono mai interessata al grande nome, ma ho sempre guardato l’opera in sé, privilegiando la sua qualità, la sua precisione rispetto al momento in cui è stata prodotta». Ecco allora materializzarsi nella sua mente un nuovo concetto di collezionismo: «Un’opera d’arte contemporanea deve essere in grado di rappresentare il presente, anticipare il futuro e, nel futuro, raccontare una storia del passato. Per me è sempre stato importante creare un rapporto con l’artista prima di acquistare una sua opera, capire lo sviluppo del suo lavoro: per questo mi interessa mantenere con ciascuno di loro un rapporto stabile e duraturo, partecipando laddove possibile alla produzione di nuove opere. Proprio in questa prospettiva, a partire già dagli anni ’90, decisi di dare il via alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nata con un motivo ben preciso: donare alla mia città e ai miei concittadini, al contempo sostenendo e aiutando giovani artisti, un centro d’arte contemporanea moderno e interdisciplinare, in grado di diventare non solo un contenitore di mostre, ma soprattutto un punto di incontro aperto alle molte sfaccettature della cultura contemporanea».
L’avventura della Fondazione, che prenderà il via dalla sua sede storica di Guarene d’Alba, troverà tuttavia il suo cuore pulsante a Torino, nel quartiere di San Paolo, di un centro espositivo di ben 3.500 metri quadri. Progettato dall’architetto Claudio Silvestrin, il centro si articola in uno spazio espositivo, una project room per video installazioni, un’aula didattica, un bookshop e una caffetteria/ ristorante – Spazio7 – oggi gestita da suo figlio Emilio e diventata un punto di riferimento per il food d’eccellenza del capoluogo subalpino. In questi spazi, avvolte in un elegante minimalismo, vengono organizzate mostre, incontri, convegni, attività educative, domeniche al museo per le famiglie e molte altre iniziative finalizzate a far conoscere e apprezzare l’arte contemporanea. Per la Fondazione tuttavia Torino sta diventando forse troppo angusta. Ecco dunque nascere il progetto, destinato a diventare realtà nel corso del 2019, di aprire al Matadero di Madrid una sede spagnola della Fundacion Sandretto Re Rebaudengo. L’obiettivo è quello di dar vita a una sorta di ponte in grado di dischiudere alla cultura latino-americana le esperienze maturate in 23 anni di lavoro alla sede torinese della Fondazione. Quello di Madrid sarà così un centro espositivo dedicato alla ricerca e alla produzione di nuove mostre e opere, grazie agli spazi dedicati al Dipartimento educativo, alla mediazione culturale, alla formazione specialistica e alle residenze per artisti e curatori.



Un universo sempre più complesso, quello della Fondazione, cui fa da effervescente sfondo il parallelo universo delle bollicine italiane: quelle dello spumante che a Guarene ne ha accompagnato la nascita; quelle che hanno innaffiato i cinquant’anni di Patrizia nella festa a sorpresa, con relativa mostra, organizzatale da suo marito e dai suoi collaboratori negli spazi stessi del Centro Torinese; quelle ancora dell’inaugurazione, nel 2014, della mostra dei suoi “Gioielli Fantasia” alla Cà d’Oro di Venezia; quelle infine che suo figlio Emilio, nel ristorante Spazio7, propone alla sua clientela per dar vita a degustazioni ed eventi speciali. «Il vino racconta una storia e credo che saper abbinare il giusto vino a ogni piatto sia fondamentale. Un abbinamento sbagliato può mortificare il piatto più riuscito, mentre il vino giusto riesce ad accompagnare, esaltandoli, i sapori di ciascuna portata». Nel vino, come nell’arte, a guidare Patrizia è una straordinaria curiosità. Capace, in entrambi i mondi, di dischiuderla a nuovi approcci e a nuove esperienze in grado di proiettarla al di là delle effimere mode del momento.



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