Pentole Agnelli

di Andrea Zanfi


Saltare, spadellare, veder muovere pentole e tegami di ogni foggia e dimensioni sui fornelli mi ha sempre incuriosito. Osservo i gesti sicuri, rapidi, veloci e funzionali degli chef con ammirazione, meravigliandomi di come rendano tutto facile, cercando di imitarli nell’intimità dei miei fornelli, provando e riprovando a saltare e spadellare le mie pietanze, senza mai riuscire ad ottenere grandi risultati. Questione di polso, mi dicono; la mano deve essere abituata a prendere il manico e farlo ondulare nel modo giusto facendo divenire il gesto, di per se banale, un punto di forza di un grande e bel mestiere: il cucinare.

Incontrare Angelo, l’attuale amministratore della Holding Agnelli non che l’ultimo di una dinastia di grandi costruttori di pentole, mi ha riportato alla mente le mie frustrazioni davanti ai contenitori che la sua azienda produce da oltre cento dieci anni. Difficoltà inconfessabili, a differenza della passione che nutro per quei contenitori di acciaio, pietra, rame rivestito, ceramica, terracotta e alluminio; passine che sfocia quasi in una forma di collezionismo trovando il piacere di averne in casa una quantità enorme da fare invidia a qualsiasi ristorante.

Ognuna delle decine e decine di pentole che posseggo ha un suo perché e un suo scopo.

Alcune sono vecchie e marcate con l’agnello delle Pentole Agnelli. Le ho ereditate da mia nonna e parte da mia madre, buona donna, che non cucinava molto, ma quando si metteva intorno ai fornelli faceva cose egregie. Quelle stupende maestre di vita mi ripetevano che per ogni cottura c’è bisogno di pentole e contenitori di forme e materiali diversi che sapessero esaltare i sapori, mantenendo inalterate le proprietà della materie utilizzate, le quali necessitano di cotture e una diffusione del calore specifica. Cucinare, a casa mia, non è mai stato solo un momento di convivialità, ma il modo migliore d’interpretare il quotidiano, un momento di benessere giornaliero da condividere.

Odori che scolpiscono la memoria, tracciano i solchi indelebili di una tradizione; sono i primi e inconsci cromosomi specchio che si assimilano. Così scopro che c’è chi come me ha passato l’infanzia giocando in cucina con la nonna e chi, invece, come Angelo, l’ha trascorsa tra le macchine della fabbrica di famiglia, inseguito dagli operai che cercavano di mitigare i danni dovuti al suo giovanile impeto.



Odore di oli, di ghisa, di smerigliature di quelle centinaia di pentole e oggetti di allumino che, lavorati, l’hanno segnato, tanto da non domandarsi mai cosa avrebbe fatto da grande, poiché ciò che viveva stava segnando il suo destino; lui avrebbe fatto pentole come il padre, il nonno e il bisnonno, con l’obiettivo di soddisfare i bisogni attraverso la tecnica, la ricerca e la sperimentazione.

Quando, nel 1907, Baldassare Agnelli, Cavaliere del Regno, fondò la fabbrica di via Fantoni 8, a Bergamo, l’industria stava divenendo il motore trainante dell’economia mondiale e nazionale, ma non erano in molti quelli che lavoravano l’allumino, settore nel quale il Cavaliere Agnelli decise d’investire.

Ben presto, alle pentole delle italiche massaie passò agli elmetti da parata dei soldati, alle borracce, tegamini porta vivande da campo per l’’esercito, ai piatti e posate di alluminio; tutti oggetti di un quotidiano dell’Italia che si ricostruiva, cresceva e diveniva nazione.

L’implementazione e ampliamento della base produttiva è stata sempre la forza degli Agnelli, famiglia capace di travalicare i decenni, cavalcando i cambiamenti dei costumi, soddisfacendo le necessità della gente. Un modo intelligente di saper leggere il presente e costruire un futuro che andasse oltre e sapesse viaggiare oltre un secolo, portando questa azienda a modellarsi al nuovo soddisfacendo le esigenze di mercati emergenti nazionali e internazionali. Del resto se non fosse stato così non avrebbero realizzato una Holding che non nasce per un caso fortuito, ma per capacità e lungimiranza imprenditoriale. L’esigenza di confrontarsi in un settore che dimostra di non essere mai saturo e in continua evoluzione, ha portato Angelo ad effettuare delle radicali trasformazioni in azienda, robotizzando molti settori della produzione, innalzando così di fatto, ulteriormente la qualità delle lavorazioni e il lavoro stesso dei dipendenti, divenuti, ormai, dei tecnico specializzati, cosa che gli garantisce il posto di lavoro e la salubrità dello stesso.



La continua ricerca di nuovi materiali e la sperimentazione degli impieghi sono il marchio di fabbrica di questa azienda, lavoro svolto al fianco degli chef italiani con l’intento di seguirne i consigli, testando insieme a loro i prodotti e assecondandone le esigenze e non solo di quei personaggi, ma anche di quella nutrita schiara di appassionati gastronomici che si cimentano, come me, nell’arte antica del cucinare.

Osservando i risultati constato con grande soddisfazione che la qualità paga, soprattutto se è realizzata da un brand Made in Italy, dove è facile fare imprese, ma dove vi è crogiuolo di idee e una fucina di genialità che rendono unico il nostro paese.

Con piacere annovero Angelo Agnelli e le sue aziende in questo gota tutto italiano che sa legare il passato al futuro. Tradizione e innovazione, ricerca, designer e stile, sono le basi di questa azienda, condannata, ahimè, a fare solo “eccellenza”.

Fotografie di Sebastiano Rossi



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