PICO MACCARIO

di Piergiuseppe Bernardi


Il rosso vivace delle rose, poste all’inizio dei filari di questo incessante succedersi di vigneti
nel cuore del Monferrato e diventate grazie a Sergio Bianco il marchio esclusivo
della Cantina Pico Maccario, dice della passione quasi assoluta per il vino su cui qui si
è deciso di investire: «I nostri settanta ettari di vigneto – racconta Vitaliano Maccario,
che di quest’azienda è l’anima propulsiva e dinamica – sono quasi completamente
coltivati a Barbera. È questo il vitigno su cui, nella linea di una tradizione antica e
consolidata, mio fratello e io abbiamo deciso di scommettere. Non per strategia o per
ragioni di mercato, ma semplicemente perché il Barbera è il vitigno che qui si coltiva
da sempre. Se chi ci ha preceduto aveva deciso di coltivarlo e di non sostituirlo con
altre varietà, certamente non lo aveva fatto senza ragioni. E questo è stato sufficiente
a convincerci, avendone poi un riscontro positivo, che continuare su questa strada si
sarebbe rivelato vincente».
Dopo essere stato accolto con cordialità, non senza un apprezzato caffè sorseggiato a
un rotondo tavolo di legno, ascolto Vitaliano raccontarmi di sé e della sua azienda.
Mi colpisce la sintonia tra il tavolo e le sue parole, rispettivamente segnati da uno
stile e da un tono nei quali tradizione e innovazione sembrano sposarsi perfettamente.
Mi sfiora una curiosità, che non tardo a esprimere: «è quanto meno curioso che
un’azienda con a disposizione settanta ettari, anziché puntare sulla diversificazione,
punti tutto su un unico vitigno». Vitaliano intuisce il senso della mia osservazione e
non esita: «La fortuna mia e di mio fratello Pico è stata quella di ereditare un’azienda
agricola solida, avendo la possibilità di rilanciarla in chiave vitivinicola senza zavorre
legate al passato. Per questo non ci è stato difficile puntare tutto su un’innovazione
tecnologica d’avanguardia, scommettendo però sul vino che qui si fa da sempre. E
delle cui potenzialità siamo sempre più convinti».



La mia curiosità continua a crescere e chiedo apertamente: «Da dove nasce quest’attenzione
per l’innovazione, a fronte di scelte che rivelano la centralità che la tradizione, anche sul piano
della strategia aziendale, continua ad avere?». Gli occhi di Vitaliano si fanno più brillanti, come
quando ad attraversarci la mente è un ricordo piacevolmente indelebile: «Io nasco in una famiglia
di contadini, ma la vita mi ha portato in un mondo molto diverso dal mio: quello delle corse automobilistiche,
dove sono stato a lungo pilota nella squadra della Porsche. È qui che ho scoperto
quella tecnologia che sarebbe diventata uno dei tratti portanti della nostra produzione vitivinicola.
Da pilota poi sono stato addestrato a pensare sempre alla curva successiva e dunque a guardare costantemente
lontano, anziché concentrarmi sul presente. Ed è guardando lontano, radicandosi nella
tradizione e investendo sull’innovazione, che questa azienda negli anni ha saputo consolidarsi».
Questo sguardo sul lungo periodo andrebbe indagato meglio, ma prendo tempo e chiedo di sapere
come, concretamente, l’innovazione ha trovato posto in questi filari. «Vieni con me», mi invita
con decisione Vitaliano. Sotto lo sguardo silenzioso di due enormi lumache di plastica colorata,
fiancheggiamo un lungo giardino reso peculiare da una moderna installazione artistica, per entrare
nella struttura in cui sono parcheggiate le macchine agricole utilizzate per lavorare i vigneti. Il
mio interlocutore punta dritto verso la più appariscente di esse e, con evidente orgoglio, mi spiega:
«Questa è la risposta alla tua domanda: una macchina raccoglitrice che, gestendo due filari per volta,
ci consente di raccogliere tutta l’uva dei nostri settanta ettari di vigneto in pochi giorni. Con una
manodopera ridottissima e con un vantaggio unico: riuscire, nel giro di dieci minuti al massimo,
a far arrivare gli acini in cantina e far partire in modo controllato il processo di fermentazione».
L’innovazione tecnologica, nell’azienda Pico Maccario, non riguarda però soltanto i lavori nel vigneto.
Me ne accorgo non appena entro nelle cantine vere e proprie. La gestione automatizzata del
processo di fermentazione, pur seguita con estrema cura dall’enologo, trova il suo culmine nella
linea di imbottigliamento: «Si è trattato – sottolinea Vitaliano – di un investimento importante,
tanto ricercato da prevedere un adattamento specifico alle nostre modalità e ai nostri tempi di
lavoro. Anche questo tuttavia si ripaga in qualità, consentendo ai nostri vini, quando arrivano sul
tavolo di un ristorante prestigioso o in quello di una casa in cui si vuole far festa, di risultare apprezzati
e di farsi ricordare. E, se fin dall’inizio eravamo consapevoli della difficoltà di imporre a
livello nazionale e internazionale un prodotto come il Barbera, troppo a lungo considerato un vino
di secondo piano, ora siamo certi che creare prodotti di autentica eccellenza sia stato il segreto del
nostro successo».
Forse è venuto il momento e, mentre scendiamo gli scalini che portano alla barricaia in cui i vini invecchiano
in silenzio, insisto nuovamente: «Perché puntare tutto su un vino tradizionale scegliendo
di gestirlo in modo tecnologicamente innovativo?». Vitaliano, da pilota che guarda sempre la curva
successiva, non esita un attimo: «Noi siamo un’azienda giovane che, fin dall’inizio, ha deciso di
scommettere su un vino non facile da proporre. Si trattava, evidentemente, di rilanciare il Barbera.
Ma non c’era che una strada per farlo: offrire un prodotto portato al massimo delle sue possibilità
e declinato in tutte le sue sfaccettature. Un obiettivo raggiungibile esclusivamente facendo leva su
un’innovazione tecnologica d’avanguardia messa a servizio della tradizione, al fine di consentirle
di esprimersi al top. E che questo connubio sia diventato vincente ormai non lo diciamo noi, ma
i risultati. Fortunatamente sempre più apprezzati, e non solo sulle tavole italiane ma su quelle di
tutto il mondo».



Nella luce soffusa della barricaia sotterranea ad attirareil mio sguardo è una botte in cui trovano posto alcune
gigantesche matite di diverso colore. Le stesse che, nel vigneto collocato davanti alle cantine Pico Maccario,
fungono da pali di testata di ogni filare. «Trasformarequesti pali in matite – spiega Vitaliano – sì è
rivelato un efficace modo per comunicare la nostra filosofia: produrre dall’unico vitigno Barbera vini rossi e
bianchi, rosé e bollicine. Questi curiosi “matitoni”, realizzati da Aldo Divano e in grado col loro ricavato di
consentire di organizzare per gli studenti delle scuole medie di Mombaruzzo dei corsi integrativi di inglese,
nell’esprimere la diversità dei nostri vini sono divenuti parte di una storia destinata a continuare. Sono stati
loro a ispirarci le forme e i colori dei nuovi e originali contenitori delle nostre bottiglie, che saranno appunto
a forma di matite colorate. Così come colorate sono già le cassette di legno nelle quali presentiamo i vini che
produciamo».
Mentre con Vitaliano ci beviamo una bollicina, nel cui delicato perlage risuona tutta la potenza caratterizzante
del vitigno Barbera, azzardo un’ultima domanda: «Parliamoci chiaro. Tu conosci bene il mercato e le
sue leggi. Quanto ha influito il mercato sulla creazione dei vostri prodotti?». Vitaliano sorride: «Conosco il
mercato e le sue regole a sufficienza da aver capito che andargli dietro può rivelarsi un errore irreparabile. E
i nostri vini sono la riprova che giocare in controtendenza può condurre al successo. Ovviamente non mi
monto la testa: i nostri risultati nascono anche dalla scarsa intraprendenza che ci circonda. La nostra scelta
però di puntare sul vitigno Barbera, declinandolo in forme che in molti all’inizio hanno pensato fossero
improduttive stravaganze di una famiglia di estrosi, ci ha fatti crescere in modo esponenziale. Dandoci al
contempo una certezza che diventa ogni giorno più solida: quella di aver imboccato, con l’aiuto di chi ci ha
preceduto, la strada giusta».

Foto: Giacomo Artale



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