Pojer e Sandri

di Redazione


Non so se ho mai voluto sfuggire al passato e dalla storia che ha segnato la mia famiglia.
Per anni ho sentito dentro una voce che mi esortava ad allontanarmi dalla terra, dalle viti e dal vino.
Non gli ho dato retta e sono divenuto enologo, fregandomene del passato.

Era così che doveva andare, ed è così che è andata.
Lo dimostra il fatto che, ancora adolescente, preferivo starmene ad ascoltare i vecchi vignaioli e a ragionar con loro di vino, di vendemmie e della vite, invece che andare a divertirmi. Gli amici mi consideravano un tipo strano, non capivano e, a me, restava difficile spiegare loro che l’amicizia di quei viticoltori mi apriva la porta della loro antica sapienza.

Tutto era già stato scritto e il mio percorso di vita era stato tracciato proprio nella memoria di quelle serate; memoria senza la quale non avrei potuto costruire quel futuro che sentivo di dover vivere.
In quegli anni non sapevo come sarebbe stato il mio domani : bello, brutto, ricco o disarmante. L’unica certezza che avevo era quella di volermi sentire vivo.
È stata la passione per il vino a dipanare il mio filo di Arianna.

Un sentimento forte che ha marcato la mia anima come fosse un gene, trasformandosi in istinto puro che non si è mai modificato nel tempo.
Decisi di diventare vignaiolo seguendo le orme di mio padre, di mio nonno e del bisnonno, tutti morti in fatali incidenti di lavoro, in cantina o in vigna. Restai sordo alle infinite prediche con cui mia nonna mi esortava a fare altro, mentre non mi tirai indietro appena nacque l’occasione



Era il 1974. Forti di due ettari di terreno, ereditati dal padre del mio amico, e con in tasca un milione e duecentomila lire, prestati dalla mia amata nonna, iniziammo a far funzionare la Pojer e Sandri.

Cosa ci mancava? Di sogni ne avevamo davvero tanti e col tempo abbiamo provato a realizzarli, partendo con quel poco che avevamo a disposizione: qualche macchina vecchia, una pigiatrice in legno, un torchio rovinato e una imbottigliatrice a mano, tutte cose più adatte a un’officina meccanica che a una cantina.

Ma questo disarmante inizio ci stuzzicò l’ingegno. Iniziammo a studiare il modo per innovare i macchinari che avevamo a disposizione modificandoli e adattandoli ai nostri bisogni, riprogettandoli e costruendone di nuovi, arrivando al punto di brevettarne alcuni, che oggi, sono utilizzati da centinaia di cantine di tutto il mondo.
Siamo partiti dall’ABC. Ricordo ancora la pompa dei vigili del fuoco con la quale travasavamo il vino e la situazione tragicomica nella quale operavamo che non limitò la nostra crescita aziendale, tanto che le prime bottiglie, che arrivarono sul mercato nel 1975, ebbero un’esplosione di consensi.
Nel 1980, cinque anni dopo l’inizio, le nostre bottiglie di vino erano presenti a New York, Monaco di Baviera, Roma e Londra.



Il motivo di quel successo?
Non saprei dirlo con certezza. Una causa potrebbe essere ricercata nel fatto che eravamo forse più svegli e attenti di tanti altri produttori inseriti in quel mondo del vino rimasto immutato da troppo tempo.

Un altro elemento del successo potrebbe essere attribuito alla nostra curiosità, sempre pronta a confrontarsi e conoscere altre realtà vinicole del mondo, arrivando a misurarci con filosofie produttive vitivinicole francesi, tedesche e austriache, e tutte quelle con una grande capacità di fare ricerca.

Un processo affrontato con umiltà, non sentendoci mai paghi di cosa avevamo appena appreso, sapendo che chiunque avrebbe potuto darci nuovi stimoli, insegnandoci qualcosa che fino a poco prima ci era sconosciuto. Oggi quei due ettari di terreno sono cresciuti e sono diventati trenta, posti tra Faedo e la Val di Cembra, come è cresciuto il nostro brand ormai affermatosi in gran parte del mondo.
È stato un viaggio intrapreso guardando al passato, dialogando con la natura, affrontando nuove sfide, tutte orientate verso una sempre maggiore salubrità dei vini e alla ricerca ampelografica di vitigni resistenti che ci consentissero di evitare trattamenti in vigna.

Il nostro è un lavoro antico e allo stesso tempo sempre nuovo, che ci ha portato a non stravolgere la naturalezza dei frutti, ad avere rispetto del territorio ricercando per esso una eco sostenibilità del nostro sistema vitivinicolo, interpretando l’innovazione e la tecnologia come aiuto e non come alterazione di ciò che produciamo.


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