Carlo Ferrini, uno dei capisaldi dell'enologia italiana.

di Riccardo Margheri


Per il nostrano mondo del vino, Carlo Ferrini è uno dei capisaldi dell’enologia italiana.
Per capirne il peso basta ricordare che il prossimo anno festeggerà il suo quarantesimo
compleanno da enologo. Decenni in cui ha sempre dimostrato una sensibilità
non comune, contribuendo alla creazione di alcune delle etichette italiane più prestigiose,
celebrate dalla stampa estera e battute nelle aste internazionali di fine wines.
Il beneficio che le sue consulenze hanno apportato alla produzione nazionale, in termini di percezione della qualità a livello
globale, è difficilmente calcolabile. Il suo lavoro pluridecennale è stato condotto con coerenza stilistica, ambendo (e
realizzando nei vini) a una sorta di lussureggiante eleganza mediterranea, opulenta nel frutto e nella tessitura al palato, sempre
sostenuta, nei rossi, da tannini importanti ma finemente cesellati. Personaggio schivo, scevro dal frequentare
palcoscenici, ama il verbo “fare”, preferendo non esporsi mediaticamente. Nonostante questo il successo, come del resto per
tutti quelli che lo raggiungono, l’ha esposto alle critiche di chi gli ha rimproverato una eccessiva internazionalizzazione del suo
stile enologico, dimenticando che, con intelligenza, ha sempre fatto gli interessi delle aziende per le quali opera dando loro l’opportunità
di soddisfare quei mercati internazionali che amano certi vini, come la Tenuta San Leonardo, famosa per l’olimpica classe delle proprie etichette,

o la stessa Tasca d’Almerita in Sicilia, solo per citarne alcune. Un fiorentino che ha costruito la sua fama sui vini rossi, completando la sua ascesa
con dei grandi bianchi e, cosa meno nota a molti, costruendosi anche una valida considerazione nel mondo delle bollicine, cosa
questa che da noi di “Bubble’s” non poteva non essere considerata. Per questo lo abbiamo incontrato. Ci ricorda che agli inizi della sua attività i vini
bianchi e tanto peggio le bollicine erano neglette. Gli sforzi di qualsiasi neonato studio tecnico di quegli anni ottanta erano volti alla produzione di vini rossi.

Presentarsi all’estero parlando di spumanti italiani voleva dire essere guardati come degli alieni. Il consumo delle bollicine era riservata
a una nicchia d’élite di persone. I nostri spumanti si chiamavano Champagne. Il Prosecco e il Cava non erano nemmeno lontanamente preconizzati. Tutto è

cambiato, anzi il mondo si è capovolto; i consumi dei vini bianchi hanno superato quelli dei rossi e in buona parte rientrano nella definizione delle “bollicine”.
Bolle, bollicine, viste come il vino disimpegnato da bere in ogni momento, in ogni occasione e come ideale soluzione ad abbinamentigastronomici sempre più complessi.
Il mondo della produzione ha reagito all’esplosione di questo fenomeno commerciale attraverso una positiva, ma lenta e tuttora incompleta, presa di coscienza. Faticosamente
si guadagna la consapevolezza dell’unicità dei vitigni e dei territori. Laboriosamente si inizia a costruire una tradizione, una storia, anche attraverso
esperimenti velleitari con nuove varietà, nuovi metodi di vinificazione, che comunque contribuiscono al consolidamento dell’esperienza. Carlo rimarca che per troppo tempo l’enologia,
impaurita dal proprio retaggio, ha abbandonato i vitigni autoctoni volgendosi agli uvaggi internazionali, rinunciando ai sistemi di allevamento tradizionali per
adottare quelli meccanizzabili. Oggi come per il bianco e per il rosso tutto è cambiato; si scopre che il nuovo è proprio l’espressione tangibile della vecchia tradizione.
E meno male, per questo prevede un futuro luminoso di cui ne godranno i frutti i giovani enologi, che avranno a disposizione un patrimonio di conoscenze, un ventaglio
di possibilità enormemente più grande che non in passato. Detto questo, sostiene l’enologo toscano che ciò può condurre a fare il passo più lungo della gamba: vedi
l’aspirazione alla spumantizzazione Metodo Classico dei vitigni autoctoni, il parco giochi preferito di ogni consulente, i cui risultati sono ancora tutti da dimostrare, ma
non per questo devono essere banalizzati. In primo luogo, il Metodo Classico richiede alla sensibilità dell’enologo e del maestro di cantina, se non altro nell’assemblaggio
delle masse del vino base prima della spumantizzazione (quello che i francesi chiamano la cuvée), una perfetta conoscenza del territorio di produzione, poiché per il
Metodo stesso di produzione le caratteristiche varietali e soprattutto l’inconfondibile esuberanza di frutto dei vitigni nostrani passano in secondo piano. Una conoscenza
che spesso non è ancora sufficiente, mancandospesso la storicità, la tradizione, la stessa forma mentale nel produrre un certo tipo di vino.
In difetto della scelta di un territorio adatto, quelle medesime varietà autoctone, che potrebbero dare il meglio di sé spumantizzate
con il Metodo Italiano, mancano di profondità, di nerbo di territorialità, di quegli elementi necessari per produrre in purezza un grande Metodo Classico. Spesso
abbisognano di un “sostegno”, in termini di acidità e profondità gustativa, che deve per forza essere disdegnato da chi si avventura fra le pupitre.
In conclusione: la positiva fioritura di sperimentazioni e di aziende che hanno iniziato la produzione di spumante è figlia di maggiore cultura enologica,

di consapevolezza delle potenzialità del territorio che si ha a disposizione e della cultura a esso sottesi. Se questo diventa il filo conduttore di
chi produce bollicine, possiamo dire che il futuro può essere solo luminoso.







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