Silvana Ballotta. Conoscerla è avere il mondo a portata di mano

di Cinzia Taibbi


Soffermo lo sguardo su Ponte Vecchio e sull’Arno che sottostante scorre lento, mentre dall’altra parte intravedo gli Uffizi, dalla cui struttura sembra ergersi anche la torre di Palazzo Vecchio posta invece, poco più in là, in Piazza della Signoria. Tanta bellezza racchiusa in così poco spazio è impossibile trovarla in qualsiasi altra parte del mondo. Deve essere bello lavorare in un posto locato in questo chilometro quadrato che potrebbe identificare l’ombelico del mondo dell’arte e della cultura e, per chi ama queste due elementi vitali, è difficile allontanarsene; ci si riesce solo per poter godere del piacere di tornare. Osservo e rifletto sullo splendore che mi circonda mentre attendo d’incontrare Silvana Ballotta titolare della Business Strategies, una delle più importanti società italiane che da quasi vent’anni, si è posta l’obiettivo di portare nel mondo il valore del Made in Italy. La scopro curiosa, intraprendente, caparbia e profonda conoscitrice dell’essere umano.
Donna complessa e, per questo, affascinante. Una viaggiatrice, una business woman capace di muoversi in ambito imprenditoriale in modo etico ed esemplare, tanto da meritarsi il rispetto, la stima e la fiducia non solo delle aziende che a lei si rivolgono, ma anche di gran parte di quel mondo maschile che quotidianamente incontra nella promozione e valorizzazione dei brand e dei progetti di internazionalizzazione delle imprese italiane. Un’attività che ebbe modo di svolgere in passato, per quasi 10 anni, per conto della Banca Mondiale. Mi parla delle culture delle genti che vivono e producono negli Stati Uniti, in Giappone, nella Mongolia, nell’India o in Cina e io rimango silente davanti a quei racconti. Per lei quei Paesi non hanno segreti. Cerco d’immaginare quali difficolta ’ abbia dovuto superare per lavorare in Cina quando iniziò quell’esperienza quasi venticinque anni orsono. Erano aree geografiche e tempi in cui vedere una donna svolgere un’attività manageriale la faceva apparire come un extraterrestre. Tutto doveva apparirle strano e difficile nella sua straordinaria particolarita ’. Non deve esserle stato semplice vincere la reticenza e diffidenza iniziale di un mondo prettamente maschile per conto di un sistema europeo, ancora molto poco conosciuto all’inizio degli anni novanta. Osservando lo stato dell’arte e il suo excursus, capisco che ha saputo costruire dei rapporti solidi con quella cultura orientale che con il tempo sono diventati profondi proprio con l’accettazione dell’altro in tutto il suo valore, prescindendo dal fascino esotico del nuovo. Per una donna però le problematiche non cambiano, anche se gli interlocutori non hanno gli occhi a mandorla; mi conferma infatti che furono le stesse di quei lontani Paesi quando decise di tornare in Italia per aprire la sua azienda. Lo scetticismo era penetrante anche nella cultura maschile di quel settore vitivinicolo italiano che stava aprendosi a mercati più ampi, avendo intuito che fuori dalla vigna c’era un mondo in attesa di conoscere il suo valore. Mi racconta che quando interloquiva con gli imprenditori vitivinicoli nostrani, la guardavano con lo stesso sguardo con il quale l’avevano accolta i cinesi quindici anni prima.



L’immagine che mi sovviene alla mente e ’ di un incrocio fra Don Chisciotte, personaggio romantico e sognatore, e Giovanna d’Arco, donna guerriera fiera e sicura del successo. Cerco di capire quale delle due anime alla fine abbia prevalso, scoprendo che è intelligentemente rimasta una via di mezzo essendo capace, una volta sciolto il ghiaccio iniziale, d’infondere sicurezza nel trasferire il suo saper fare, mixandola con la sua dolcezza di donna, facendo di fatto prevalere lo spessore umano e professionale che le appartengono. Un universo complesso quello del vino che è poco conosciuto, soprattutto in Oriente, dove il lusso era ed è rappresentato dai vini francesi. Ed è vero come lo è veder bere, a quelle latitudini, vini costosissimi senza distinguerli dalla Coca-Cola, scolando bicchieri stracolmi tutti d’un sorso senza conoscerne il valore organolettico e il rapporto rispettoso che lo stesso vino avrebbe dovuto avere con il cibo. Fu per questo che decise di aprire in Cina una scuola enologica. Per un orientale, bere vino è come per noi bere un tè. Noi mettiamo una bustina scelta a caso nel bollitore ed è fatta, mentre per un cinese è una provocazione senza senso e ai suoi occhi perdiamo inevitabilmente stima. È così anche per il vino; sono abituati ad avere sulla tavola tutte le portate insieme, passando dal dolce al salato senza interruzione e bevendo lo stesso vino con ogni piatto. E proprio cercando qualcuno che gli spiegasse la differenza tra i vari tipi di tè, Silvana comprese che avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vino: spiegarlo con elementi semplici e per livelli successivi di conoscenza. Un intervento culturale importante è ciò che sta proponendo e dall’esito non certo. Oggi le sue scuole sono aperte a Shangai, Pechino e in altre 4 città cinesi. L’attività didattica sta crescendo anche grazie a un rapporto di collaborazione con lo Shangai Media Group che controlla le televisioni e i media e che l’ha identificata come selezionatrice di un Made in Italy di alto livello. Il vino la rende felice e gli ha dato la possibilità di integrare le sue più grandi passioni: la storia, la cultura e l’arte. Quando le chiedono che cosa faccia, risponde che si occupa di vino. E l’atteggiamento dei suoi interlocutori cambia, visto che quando si parla di vino, chiunque sia l’interlocutore, a trasferirsi sono disponibilità, simpatia, empatia e gioia. Oggi la sua società, la BS-Business Strategies, nata nel 2010, fa da professional trainer a oltre 500 aziende del Made in Italy, ottimizzandone le occasioni di business anche attraverso finanziamenti europei. Come dare torto a chi la considera l’ambasciatrice del Made in Italy. Potrebbe per questo sentirsi appagata, ma come sostiene lei stessa, il futuro è davanti. Alle spalle c’è la sua storia e quella del vino italiano.





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