La nuova Stagione del Durello

di Simona Cangelosi


Se diamo un’identità alle metodologie produttive che caratterizzano gli spumanti
italiani, ci troviamo sorprendentemente al cospetto di vini con anime e
caratteristiche molto diverse fra loro, se pur accumunati da quella effervescenza
che incanta e affascina i loro estimator



Prendiamo i due principali metodi, quello Italiano e quello Classico, e partendo

proprio da quest’ultimo si evidenzia come le percezioni organolettiche che si estrapolano
da un Metodo Classico debbano condurre dritti alterritorio di produzione; un distinguo preciso,

un’identità che lo eleva di rango e lo pone al di sopra delle parti o del piaccia o non piaccia.
Se questa peculiarità viene colta da chi lodegusta, ecco che ci troviamo davanti a un
vino magico che integra in quelle sue bollicinela conoscenza, le capacita e la scienza
del “buon produttore” capace di conoscere il proprio territorio, la storia delle sue viti, i frutti che queste
regalano ogni anno, vinificando i quali acquisisce esperienza, arricchisce la tradizione, determina il valore del
prodotto che non sarà mai omologabile o paragonabile ad altri. Ma se invece non percepiamo una simile emozione,
vuol dire che ci troviamo al cospetto di una “anonima bollicina” e, se pur buona e se pur complessa, non
ha un’anima e quel distinguo sopra indicato. In questi casi l’identità di un Metodo Classico viene un po’ meno,
degustandone se ne evince certamente la bravura del “pensatore” di ricercare, in ciò che fa, se stesso.
Per raggiungere quel connubio territorio bollicine, ci vuole tempo, molto tempo, decenni
e decenni di vendemmie che si sommano ad altre vendemmie. di Simona Cangelosi
Le scorciatoie in questi casi non portano da nessuna parte. L’altro, il Metodo Italiano, ha invece delle prerogative molto diverse.
A questi spumanti non si chiede complessità e fascino, ma freschezza, beva e piacevolezza; qui l’eccellenza si gioca sul
frutto, sul vitigno, su quel DNA che lo rende unico in quel contesto territoriale in cui è locato. Il produttore ha solo il compito
di porre in equilibrio i vari aspetti che sono intrinseci di quell’acino, valutare quando sia utile raccoglierlo, tenendo in
considerazione, ma senza strafare, l’acidità da porre in simbiosi con la maturazione dello stesso.
Non c’è bisogno di miracoli o di prevedere il futuro, a quel produttore gli si richiede di assecondare ciò che madre natura

regala, interpretando quel dono nel migliore dei modi e lavorandolo per esaltare il valore delle uve raccolte. Quando
un produttore riesce a fare questo vuol dire che ha rispetto di ciò che fa e della materia prima di cui dispone, senza mutarne
il valore, sapendo, così, di proporre al consumatore, un prodotto inimitabile da chiunque al mondo, unico e del tutto
italiano, come lo sono alcuni spumanti realizzati con vitigni autoctoni che si prestano a questa lavorazione.
Fatto questo distinguo essenziale, per comprendere di cosa stiamo parlando quando affrontiamo il tema delle “bollicine”,
si può precisare che sono poche le aree vitivinicole che possono produrre, con estrema facilità, entrambi i sopra citati
metodi con le solite uve. Alcuni frutti si prestano a una metodologia, altre all’assemblaggio. Prendiamo l’esempio
dello Chardonnay in Trentino e in Franciacorta o l’utilizzo del Pinot Nero nell’Oltrepò e nelle aree precedentemente citate.
Ci sono tentativi poco felici effettuati con la Glera, altri con la Ribolla Gialla, molto più interessanti, altri ancora con la
Falanghina, con il Pecorino, ma, a oggi, sono produzioni



estemporanee, figlie dell’idea di pochi produttori, anche se talvolta ben riuscite.
Nel caso della Durella, l’uva autoctona che caratterizza la produzione degli
spumanti dei monti posti a est di Verona, tutto questo è legittimato da una
nutrita schiera di produttori che da anni, con quest’uva, realizzano sia dei
vini con indicazione Durello DOC Metodo Italiano, sia altri con indicazione
Metodo Classico Monti Lessini DOC. Sono prodotti unici, inimitabili;
sapidi, freschi, fruttati, di pronta beva, maturati in autoclave
per 3 o 4 mesi, nel primo caso; minerali e con spiccata personalità, complessità
e longevità nel secondo caso, tanto da trovarsi al cospetto di Metodi Classici
degorgiati dopo 60, 80 e anche 100 mesi che hanno ancora una vitalità
fantastica. Per fare simili prodotti c’è bisogno di un’uva, a bacca
bianca, importante, la Durella appunto di cui si hanno le prime notizie tramite Giuseppe
Di Rovasenda, nel 1877 (Saggio di una Ampelografia Universale)
e anche per mezzo di Giovanni Battista Perez nella monumentale monografia
statistica, economica, amministrativa e naturalistica della città e provincia di
Verona, dedicata al Regio Prefetto Luigi Sormani Moretti, del 1904.
Il vitigno, che deve il suo nome alla durezza delle bucce, si presenta con un
grappolo grosso, tozzo e si caratterizza per una vigoria produttiva elevata e
una maturazione tardiva, prediligendo terreni collinari argilloso-calcarei e sistemi
di allevamento espansi. I vini hanno tratti inconfondibili. Provare
per credere! Per chi non conosce questa realtà enologica è ora di approfondirne la
comprensione anche perché l’aspetto interessante è che la produzione
di spumanti sui Monti Lessini sta assumendo un valore tanto importante
da trascinarsi dietro anche i prodotti agroalimentari della zona, nonché lo
stesso territorio comprensivo di ristorazione e di una ricettività sempre più
appagante. Venendo da questa parti si comprende che qualcosa sta cambiando rispetto al
passato; vi è un tutt’uno tra vino, territorio e cultura. Si è creato magicamente
un mix splendido anche fra i produttori che hanno condiviso un progetto comune
costruito prima intorno al Durello DOC e poi intorno al Metodo Classico
Monte Lessini DOC. Dobbiamo dirgli d’essere stati bravi a
fare sistema; bravi a stimolarsi a vicenda, a infondersi reciprocamente entusiasmo,
valorizzando, di fatto, così entrambe le produzioni di spumanti DOC,
garantendone un’anima territoriale e una comune unità di pensiero.
Venendo su questi colli si percepisce che qui si sta costruendo qualcosa
d’importante perché quella apparente pochezza, percepita tempo addietro, è
scomparsa trasformandosi in una nobiltà produttiva, forte, dinamica e propositiva.
Bravi, bravi, bravi, per avere definitivamente voluto dare
valore a un areale forgiato dall’acqua e dal fuoco e per
questo vocato alla viticoltura. Un’attività vulcanica di tipo sottomarino
che ha costituito importanti formazioni di basalti eocenici e oligocenici
dislocati alle pendici meridionali dei Monti Lessini, ma anche in quelli del
Monte Baldo, dell’Altopiano di Asiago, dei Colli Berici che sorgono isolati nel
vicentino. Sono terre in cui perdersi, anche cercando fossili marini,
testimoni di un passato remoto che dà proprio valore alla Durella e al
vino che da essa si produce. Sono poche le “bollicine” che hanno una così netta
corrispondenza con il terroir di produzione. Lasciando l’autostrada si entra in
un mondo diverso, le stesse cantine sono sempre disponibili all’accoglienza
e pronte a stapparvi una bottiglia di Durello, una scusa validissima
per parlare di loro e del territorio. Si incrociano gli sguardi fieri di giovani
e di quella nutrita schiera di produttrici che vanno a comporre
quella quota rosa del Durello che ingentilisce l’ambiente e lo migliora.
Ma cosa è successo di strano? Perché oggi si parla così tanto dei Monti
Lessini? Del resto il Durello esisteva anche 10 o 30 anni fa, ma se è vero che fino a
poco tempo addietro erano in molti a non credere nelle sue potenzialità
e a non avere una visione globale di territorio, oggi le cose sono diverse
e bisogna prenderne atto. Vi è una coscienza maggiore da parte di tutti
gli operatori del sistema produttivo, capace di mutare gli equilibri,
di dare impulso e forza a chi, fino a ieri, si sentiva figlio di un Dio minore.
Il modo di pensare dei produttori è cambiato, essendo guidati ora
dalla certezza di un futuro migliore per tutti, grazie proprio a quelle bollicine
così diverse da qualsiasi altra bollicina italiana.



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