Un’ape in vigna

di Stefano Cosma


«Chi si dedica all’apicoltura deve anche essere convinto che le api non sono di alcun danno alle frutta e all’uva; che non attaccano né mangiano, per il semplicissimo e provatissimo fatto che, data la particolare conformazione del loro apparato boccale, non ne hanno la possibilità materiale; e che, invece, suggendo gli umori che sgorgano dalle ferite causate ai frutti dalle vespe, dalla grandine, ecc., determinano un’efficace difesa contro la marcescenza. (…) Apicoltura e agricoltura debbono pertanto considerarsi termini indissolubili della stessa attività». Così scriveva Antonio Zappi Recordati nel suo manuale Apicoltura razionale, edito nel 1938 per la collana Biblioteca per l’insegnamento agrario professionale. Sono trascorsi ben 80 anni, ma è la stessa filosofia che ha sposato Mariagrazia De Belli, titolare di Enomarket a Cormòns, che nel febbraio 2017 ha riunito una cinquantina di aziende vitivinicole per proporre loro di reintrodurre le api nel vigneto. “Eno bee”, vino



Attenzione non stiamo parlando di produrre idromele, né del romano mulsum, cioè il vino unito al miele, descritto da Apicio. Ma di un’armonia, una convivenza che la stessa De Belli ci spiega: «Durante la stagione scorsa abbiamo dato vita, in collaborazione con alcuni produttori del Collio e dei Colli orientali del Friuli, a un progetto denominato “Ape in Vigna”. L’obiettivo era quello di dimostrare che, con piccoli accorgimenti agronomici (ad esempio il sovescio), piuttosto che rispettando determinati momenti per eseguire i trattamenti, si permette la completa compatibilità con la vita dell’alveare. La presenza di alveari di monitoraggio posizionati vicino ai vigneti, su cui si sono eseguiti parametri di controllo della moria e della produzione di miele e derivati, ci hanno consentito di capire quanto i due mondi fossero strettamente in simbiosi, legati e compatibili. A fine stagione abbiamo eseguito analisi chimiche su miele e cera prodotta. I risultati sono stati molto incoraggianti».
Oggi, a due anni da quel primo incontro, si sta concretizzando la reale sostenibilità ambientale per superare il biologico. Perché spesso la coesistenza di diversi marchi e certificazioni (Sqnpi, Vino bio ecc.) per la produzione a basso impatto ambientale e per vini biologici, biodinamici e naturali, creano confusione nel consumatore. Parallelamente tanti produttori sono spaventati dalle filiere di certificazione. «Non si certificano, perché non c’è un riconoscimento sotto il profilo economico – chiarisce Mariagrazia –. Molte aziende si sono avvicinate al nostro progetto e hanno accolto alcuni apicoltori con i loro alveari sui loro terreni. Altri produttori sono diventati essi stessi apicoltori».
L’attenzione all’apicoltura non è nuova nel Friuli-Venezia Giulia. I periodici dell’Ottocento, Atti e Memorie della Società agraria di Gorizia, e L’amico dei campi di quella triestina, contengono articoli sul tema e persino foto di apiari brevettati a inizio Novecento. All’Esposizione svoltasi a Gorizia nel 1853, il panettiere Stefano Delkin portò «un’arnia con miele e cera» che conquistò la medaglia di bronzo. Nel 1858 la Camera di commercio dedicò alcune pagine all’apicoltura del circolo di Gorizia «nel monte e nel piano», con rendite e statistiche.
Nel 1875 l’Istituto dei sordomuti di Gorizia dava alle stampe un Manuale d’istruzione contenente elementi di agronomia e quasi due pagine di utili consigli a chi volesse fare l’apicultore.
Mariagrazia e la sua collaboratrice Anna, offrono anche la gestione dell’apiario. Una proposta che hanno fatto anche al Consorzio di Tutela Vini Collio, per poter informare le aziende interessate. «Da una ricerca di mercato solamente il 20% del miele che troviamo in commercio è di produzione italiana, il resto è straniero». Tanti brand importanti, del settore alimentare, utilizzano l’ape per sostenere la compatibilità ambientale dei loro prodotti. La presenza di alveari a ridosso dei vigneti consente una maggior impollinazione e più produzione, come avviene per il Picolit, considerato che la Vitis vinifera utilizza l’impollinazione incrociata e prevalentemente anemofila. Insomma, si tratta di tutelare l’ecosistema, poiché l’ape, sia quella allevata sia quella selvatica, è in via di estinzione.



Al progetto “Api in Vigna” hanno già aderito alcune importanti aziende: Ronco dei Tassi, Blazic, Sturm, Castello di Spessa, Venica



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