Un esempio da seguire

di Spumantitalia


Le 300 varietà autoctone, sommate a una superficie territoriale che per il 75% si presta, per gli aspetti geologici e climatici, alla viticoltura, fanno dell’Italia il posto ideale per la creazione di interessanti vini per basi spumanti. Ovvio direte voi, ma sono certezze che devono essere avvalorate dalla capacità dell’uomo di saper interpretare il patrimonio che madre natura gli elargisce in modo così abbondante, per non rischiare di produrre dei “brutti anatroccoli” incapaci di coniugarsi non solo con le proprie identità territoriali, ma anche con gli stessi vitigni che danno origine a quegli spumanti.
Da una parte vi è chi, pur avendo enormi potenzialità e un’infinità di possibilità, è costretto a produrre uno sforzo comunicativo enorme per divulgare il proprio territorio non ottenendo risultati concreti, mentre vi è chi opera in territori che non hanno bisogno di dimostrare la propria vocazione o natura. Ciò che ci attende è un duro lavoro di qualificazione e riqualificazione delle aree produttive, in particolar modo di quelle emergenti che devono trovare le giuste corde per porsi all’attenzione dei mercati comunicando le qualità e le caratteristiche peculiari che li distinguono.
La sfida è quella dell’invalidazione dell’omologazione che deve essere accompagnata da una ricerca scrupolosa, da un’assistenza e da un affiancamento culturale produttivo ai produttori da parte dei consorzi, proprio nella conoscenza delle migliori tecniche viticole ed enologiche al fine di consentire ai vitigni di esprimere la loro identità e territorialità soprattutto nell’elevazione tecnologica che conduce alla loro spumantizzazione, sia essa effettuata con il Metodo Italiano che con il Metodo Classico.
Una sfida non banale in un contesto dei mercati mondiali che richiedono con sempre maggiore curiosità spumanti prodotti con varietà autoctone; richiesta che viene fatta, sempre più spesso, da un consumatore consapevole e informato che ricerca, al naso e al palato, l’espressione più pura e sincera del terroir.
L’Italia è ormai un leader indiscusso nel comparto della spumantistica mondiale, e lo dimostrano i dati dell’export nei quali primeggia in primis il Metodo Italiano, ma anche denominazioni a Metodo Classico con espressioni sempre più accattivanti e complesse.



Ma puntare sulla “bolla” è sempre un successo? E soprattutto, tutte le uve sono vocate alla spumantizzazione?

Una risposta a queste domande la possiamo avere da una piccola DOC veneta situata tra le provincie di Verona e Vicenza, di cui abbiamo già parlato in diversi numeri di Bubble’s: il Lessini Durello (o Monti Lessini). Tra le realtà italiane, quella del Lessini Durello è probabilmente una delle più paradigmatiche per la sua capacità non solo di avere creato un prodotto dal forte carattere identitario, ma anche di essere stato in grado di fare scelte coraggiose in un contesto di velocissima evoluzione data dalle mode e dal metodo. Parliamo di un milione di bottiglie in costante aumento.
Fino a qualche tempo addietro il Lessini Durello DOC era la casa di entrambi i metodi di spumantizzazione ma, con visione lungimirante e propositiva per i mercati, i produttori hanno deciso di separare in denominazioni ben distinte le due tipologie produttive, impegnandosi, con successo, a innalzare il potenziale qualitativo, chiamandoli rispettivamente Lessini Durello Metodo Italiano e Monti Lessini Metodo Classico.



Un esempio per molti territori italiani che stanno affrontando la valorizzazione del loro sistema spumantistico.
Nel costante confronto tra vitigno e territorio, tra i diversi metodi di spumantizzazione, la scelta del Lessini Durello ha dato una forte connotazione territoriale al Monti Lessini, unendo la zona di produzione e il metodo, senza dimenticarne l’identità. Scelta strategica è stata anche quella di porre in etichetta la dicitura “Metodo Italiano” per la produzione in autoclave, scelta operata per una maggiore distinzione e riconoscibilità anche a livello internazionale del prodotto, dove la dicitura Made in Italy è sinonimo di lusso e di prodotto di alta qualità. Stiamo parlando di un’uva autoctona, la Durella, di una freschezza sferzante, contraddistinta da un’impronta vulcanica.
Sono queste le tre chiavi di lettura della comunicazione per questa Denominazione che sta iniziando a compiere i suoi primi passi anche nei mercati esteri, mentre in Italia è sempre più alta la curiosità per questo spumante che emerge verticale, dritto e graffiante come pochi altri. Il Lessini Durello può quindi essere preso come esempio virtuoso di coerenza e chiarezza comunicativa che comunque non si improvvisa, ma richiede anni, pazienza e perseveranza.

È forse questa la strada che può condurre al successo? Prematuro parlarne, ma certamente è quella che contribuisce alla continua evoluzione del sistema produttivo che ne è l’origine.



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