Un viaggio attraverso la fotografia di Claudio Bru

di Alessandra Salimbene


Mi occupo di comunicazione e di marketing (non di fotografia) e ho avuto modo di conoscere e iniziare a collaborare con Claudio proprio nel periodo in cui uscivano i suoi primi volumi fotografici dedicati al mondo dell’ulivo e del vino. Nell’approcciarmi a questo suo linguaggio ho potuto scoprire e sviluppare un vero e proprio codice che rappresenta il racconto dell’azienda e delle persone.
Non lo sentirete mai parlare di fotogrammi, tempi o aperture; non vi snocciolerà mai i dati tecnici delle impostazioni che stanno dietro a un suo scatto.


Gli strumenti sono prolungamenti delle sue mani come lo scalpello di uno scultore o gli attrezzi di un falegname: non ha bisogno di pensare la tecnica, come il capomastro di un’officina rinascimentale porta la tecnica dentro se stesso.



Forse per questo si definisce artigiano e non artista: vede nella fotografia una funzione pratica che sottende – sempre – al racconto di una storia. Le foto che raccontano le imprese del vino o dell’olio o i territori, sono reportage di vita: difficilmente troverete ritratti con calici roteanti o bottiglie scintillanti. Se provate a chiederglielo vi risponderà «A che servono?». Tra i suoi scatti troverete, invece, immagini che rappresentano giovani che giocano, bambine che corrono tra i filari o violiniste che suonano scalze tra le botti.

Nella sua intenzione non c’e ’ la volonta ’ di creare quadri o di stupire, c’e ’ l’intenzione di trasmettere, attraverso l’immagine, l’anima, lo spirito, l’intangibile, l’invisibile.

«La fotografia è finzione» dice. Finzione messa al servizio del racconto della verità. Non si può sentire la musica in una fotografia, ma questa arriverà agli occhi attraverso la danza di una ballerina, decontestualizzata ma funzionale al racconto. Bellezza e finzione messe al servizio della verità.



Se provate a domandargli cosa distingue una buona fotografia da una inutile lui vi risponderà, sicuro: «Una buona fotografia è quella che si fa ricordare. È memorabile». In un mondo di immagini che cercano l’emozione facile ritraendo disperazione e sofferenza, Claudio esercita la fine arte del racconto dell’anima speciale e semplice delle persone normali, degli imprenditori, delle mani che lavorano, degli occhi che sognano.
Posso testimoniare che le sue immagini nascono nel modo in cui riesce a coinvolgere le persone che ritrae, tirando fuori le emozioni anche da persone che sono state abituate a tenerle dentro da tutta la vita: lo scatto arriva dopo, è quasi una formalità. La fotografia è già nata, un momento prima, nel sorriso di scherno di una signora canuta che per un momento si sente nuovamente importante.

La fotografia di Claudio e ’ cio ’ che la fotografia dovrebbe essere: un racconto sinestetico che ha dentro di se ’ storia, famiglia, territorio, sapori, profumi, tradizioni.

Solo così ci si può distinguere: calici di vino sollevati se ne vedono a centinaia, ma la luce degli occhi di chi quel vino l’ha creato con passione sarà unica e memorabile.



ARTICOLI CORRELATI

La magia come passione.
Roba da Chiodi
Elisabetta Rogai Il vino dalla tavola alla tela