Villa Parens

di Andrea Zanfi


Se dovessi scegliere opterei per la prima ipotesi, il racconto storico, capace di riassumere la sua vita. So però, ancor prima
di incominciare, che mi farò prendere la mano, facendo mia una sua frase – ad un tempo profonda ed emblematica –che lo
inquadra perfettamente. Quel «Presto fu tardi», sussurratomi tanti anni fa, ha colpito il mio animo. Al punto da indurmi a credere che
proprio questa sia l’espressione che meglio lo rappresenta maggiormente, quasi includesse il preludio a un tempo bruciato
troppo in fretta, divenuto irto di responsabilità assunte in tempi in cui si è chiamati, per natura ed età, a pensare ad
altro. La fretta di bruciare i tempi, di rincorrere obiettivi voluti per lui da altri, accettati al punto di sentirli propri, fino a
convincersi che lo sono stati e che sono degni oggi di essere festeggiati insieme alla sua quarantesima vendemmia.
Una chiamata alle “armi” avvenuta anzitempo, mentre la carriera sportiva di giocatore di basket di seria A era ancora in
divenire. Riflessioni scandite a voce alta su quell’imposizione di tornare a casa, per iniziare a costruire un futuro vero e
diverso da quello che viveva a vent’anni. «Vieni a casa… Avrei bisogno di te.
Così ti insegno un mestiere». Furono queste le parole di suo padre, difficili da digerire per
chi, come lui, aveva davanti a sé un mondo da conquistare con la forza fisica, l’ingenuità e la bellezza dei suoi vent’anni.
Era il suo futuro ciò che a Vittorio premeva, convinto che quando Giovanni avesse dismesso i panni del cestista avrebbe
pur dovuto fare qualcosa. Meglio dunque che ne prendesse coscienza prima, in modo da poter avere più opportunità di
costruire qualcosa d’importante.



Sotto questo aspetto suo padre fu lungimirante, non c’è che dire. Del resto era un uomo di grande carisma, dalle geniali intuizioni;
uno che amava il suo territorio, dal quale sapeva trarre il meglio riversando il frutto del suo lavoro nel vino, che realizzava
prediligendo la semplicità, sfruttando l’immediatezza dei toni varietali e delineando le variabilità di un terroir unico,
al fine di mantenere intatte la fragranza e la freschezza.

Un antesignano delle tendenze odierne e un profondo conoscitore del mercato e delle sue bizzarrie, ma anche della sua
centralità nella vita di ogni azienda. Raccontano che il suo sguardo fosse dolce, ma che, quando la
frangia scendeva o i tratti si incupivano, fosse meglio starne lontani. Era conosciuto come uomo severo, come sa esserlo
ogni uomo “dritto” e di parola. Anche il motto che recitava, «Dì sempre la verità, soprattutto quando è contro di te»,
Giovanni l’ha fatto proprio, trasformandolo nella regola di
vita di un’esistenza nella quale non ha mai smesso di guardarsi dal di fuori e di giudicarsi continuamente.
Per lui ogni bottiglia stappata è un esame, perché sa che tutti alla fine emetteranno una sentenza, indiscutibilmente
importante, anche se soggettiva od opinabile. Se le persone restano contente di ciò che
bevono, si ha la certezza che il lavoro svolto in vigna e in cantina ha dato esiti positivi.
Occorre però, se ci si vuole migliorare, aprirsi in modo intelligente al confronto.
Ancora oggi, nel fare vino, Giovanni porta avanti i principi che gli ha insegnato il
padre, non avendo ancora trovato, negli studi, nelle tecniche nuove o nei gusti dei
wine lovers, un motivo valido per dover prendere le distanze da quell’insegnamento.
Nulla lo convince di più di ciò che quotidianamente gli ricordava Vittorio che, oltre



a possedere un sapere capace di integrare passione e studi, sperimentazione e cultura, sapeva osservare con grande lungimiranza
i cambiamenti culturali dei consumatori di vino, anticipandone i gusti e avendo ancora molto da dire a un mercato
che solo oggi attua ancora ciò che quest’uomo ha detto cinquant’anni fa. Vittorio, per primo, va oltre il concetto di
vino come bevanda, innalzandolo invece a momento di emozione e piacere, ponendolo in una sfera artistica, estrapolandone
emozioni fatte di profumi e bellezza, radicandosi nel concetto che la perfezione è nella materia prima e che l’uomo
non ha il diritto di cambiarla per ricondurla ai propri limiti. Certamente, per Giovanni, una figura profetica, capace di
tracciare un solco destinato, nel suo stesso valorizzare il talento del figlio, a convincerlo però a non abbandonarlo più.

E Giovanni lo è stato e lo è, come si può scorgere dal coraggio, dalla forza e dalla determinazione
di ripartire da Villa Parens con l’idea di fare spumanti di grande livello. Dopo anni complessi e segnati
da scelte non semplici, è ripatito alla grande. E lo ha fatto incidendo sulla porta della
cantina la frase di una canzone di Vasco Rossi:

Nella nuova struttura regala il piacere di un’ospitalità improntata all’eleganza. E se fra gli ospiti non c’è qualcuno in
grado di cucinare, si mangia serenamente pane e salame. L’importante è che alla sua tavola si siedano uomini capaci di
apprezzare il bello e desiderosi di conoscere il suo percorso di vita perché, come dice, «ho una storia da raccontare».



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