La fotografia

Cosa riusciamo a vedere e come rendiamo nostro ciò che vediamo

di Andrea Zanfi

Cosa riusciamo a vedere e come rendiamo nostro ciò che vediamo

La domanda che dovremmo porci è quale sia la realtà che vogliamo esista?

Mi raccontava Franco Fontana però che “la Realtà non esiste… almeno in fotografia, essendo la fotografia una delle discipline artistiche più difficili, perché è ritenuta la più facile. Non esiste un unico modo di vedere le cose, né un unico modo di interpretarle, poiché ogni fotografo ha un suo personale modo di rendere visibile ciò che risulta invisibile ad altri”.

Mi bastò questa breve citazione per farmi comprendere quanto fosse intrigante la chiacchierata che stavo tenendo con Franco Fontana, un maestro della fotografia contemporanea italiana, conosciuto a livello mondiale e certamente uno fra i più celebri esponenti in questo campo artistico.
Mi sentivo a mio agio e meravigliosamente bene al cospetto di questo maestro modenese ultra ottantenne (classe 1933).

Bubbles - fotografia- Omega Olympic 1932
Omega Olympic 1932

L’incontro con Franco Fontana

Quell’incontro lo vissi meravigliosamente bene, davanti a me avevo una persona vera, schietta, semplice e sincera come sa esserlo chi è serenamente pago della vita trascorsa. Una persona ricca di una vitalità inusuale, sprigionata dalla voglia di elargire la propria sapienza a chi, curioso osservatore della vita come sono, si trovava al suo cospetto.
Con grande disponibilità mi  spalancò la porta di casa sua, raccontandomi le diverse interpretazioni che si possono attribuire ad un’immagine che coniuga arte e realtà. In quelle ore passate insieme mi fece comprendere quale sia l’identità filosofica di una fotografia per Franco Fontana.

Magistralmente i discorsi si distaccarono dalla tecnica e avvolsero la vita, dando il via ad un vero e proprio viaggio interiore. Un viaggio dell’anima che riuscì a darmi l’idea di quale dovesse essere l’interpretazione delle foto che avevo fra le mani e che diventavano strumenti didattici; gli stessi che utilizzava il maestro per incuriosire e sviluppare lo spirito di osservazione degli allievi che seguivano i suoi corsi, cercando di far nascere dentro di loro una personale idea di cosa debba essere, per ciascuno, la fotografia.

La fotografia non deve essere studiata sui manuali

Annuivo quando sosteneva che la fotografia non deve essere studiata sui manuali ma visitando la pittura di Michelangelo, Raffaello, Caravaggio oppure  andando a teatro, al cinema e ai concerti, interfacciandosi con la quotidianità, ampliando in essa i propri orizzonti, poiché tutto serve per acculturarsi.

Un viaggio alla ricerca di una creatività che si semina in campi incolti e interiori così da poter  generare la “novità” di vedere le cose con occhi nuovi. Solo arrivando all’apice di questo percorso è possibile scoprire che la fotografia è solo un pretesto per riuscire a fotografare se stessi con umiltà e incoscienza. 

Già, l’incoscienza!!!

E’ lo stimolo che serve per buttare il cuore oltre l’ostacolo, per accettare le sfide che sono il succo della vita, a differenza
delle sicurezze che sono il rigor mortis dell’animo.
Lo ascoltavo, senza interromperlo. Mi parlava delle sue marchette d’autore, delle sue opere, dei suoi numerosi libri, delle sue fotografie collezionate dai più importanti musei del mondo alle quali la critica ha attribuito un’identità precisa,
quella di essere le foto di Franco Fontana. 

Una visione intima di paesaggi, strade,città e paesi, sculture o ritratti capaci di creare uno stile diverso da quello di altri, come è giusto che fosse stato così per essere definiti artisti.

La realtà non esiste” e mentre lo diceva sorrideva , “è sempre soggettiva e per questo, è bene sapere che non si fotografa ciò che esiste, ma esiste quello che è fotografato. Così facendo si identifica una realtà, divenendone l’autore ”.
“Un paesaggio, ad esempio, esiste solo quando io lo fotografo, così diventa un mondo, il mio mondo e  il mio paesaggio
fotografato, entrando nell’identità delle cose che io vedo. 
Attraverso me un albero si fa autoritratto e si identifica al meglio. È un lavoro di sottrazione, di pulizia, per dare alla realtà un’ identità senza troppi pulviscoli, facendo la sintesi delle cose. Solo così l’arte rende visibile ciò che è invisibile. Così l’oggetto si trasforma in soggetto e prende vita”

Foto: Bubble’s

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