Vittorio Frescobaldi nato il 30 novembre del 1928.
“È una storia bella quella che coinvolge questa antica e nobile famiglia, rimasta sempre coesa.
Di questo ne è testimonianza il fatto che fin dall’anno Mille, ogni suo componente ha contribuito a costruire il futuro della successiva generazione. Da quando dalla Val di Pesa si trasferirono a Firenze. Ormai è trascorso più di un millennio, un tempo enorme che, solo a menzionarlo, spaventa anche un po’… Mi emoziona trovarmi al cospetto degli attuali interpreti di un così glorioso passato, vogliosi di raccontarsi affinché io possa riferire come loro intendono ampliare quell’importante e profondo solco segnato dalle trenta generazioni che li hanno preceduti, a partire da quel Berto de’ Frescobaldi, con il quale, nel 1300, prese avvio la storia agricola della casata, svolta nelle vaste tenute di proprietà, come testimonia il suo lascito di “case, mulini, vigne, arboreti, poderi e terre spezzate”. Un susseguirsi di uomini ed eventi ha evidenziato come la fonte storica, alla quale essi si dissetavano, fosse l’elemento principe del loro saper fare, un elemento fondamentale su cui si sono innestate le varie trasformazioni, come testimonia l’antenato Marchese Vittorio degli Albizi che, nel 1855, teorizzò, primo in Italia, la coltivazione specializzata e monovarietale della vite o come confermano gli stessi Leonardo, Lamberto e Vittorio Frescobaldi quando mi raccontano in che modo, negli anni ‘50 e ‘60 del Novecento, abbiano impresso una svolta decisiva nella modernizzazione delle loro tenute agricole.
Davanti avevo uomini di vecchio stampo, di valori e virtù tenaci. Aristocraticamente legati alla nobiltà della terra, capaci di costruire e consolidare quella dignità vitivinicola, trasmessa loro dalla famiglia, difendendo, valorizzando e coniugando, di fatto, il nome dei Frescobaldi a quello dell’intera Toscana. Una simbiosi imprescindibile e indivisibile con la quale si identificano, unendovi la loro immagine, universalmente nota, riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.
Una responsabilità tanto viva in loro da riuscire a trasmetterla alle nuove generazioni, affinché anche Diana, Tiziana e Stefano si possano adoperare per mantenere integra la storia e il valore della famiglia nel gotha dei maggiori produttori italiani di vino.”

Vittorio Frascobaldi (ph Massimo Sestini)
Sono passati quasi vent’anni da quando scrissi queste parole e le cose non sono molto cambiate se non l’età ritrovandomi più vecchio al cospetto dal novantaduenne Marchese Vittorio Frescobaldi, emozionandomi come all’ora.
So che ha parlato anche con Ambrogio Folonari, lui è un pochino più giovane di me, mi sembra abbia 90 anni…Siamo molto amici, come lo ero con Giorgio Grai e altri che ha fatto bene a menzionare in questo tua opera poiché hanno effettivamente vissuto esperienze diverse, ma interessanti nel mondo del vino italiano. Se devo andare indietro nel tempo me avrei di cose da raccontare, ma le posso dire che appena mi laureai, nel 1952, in Scienze Agricole, il giorno stesso ero già in ufficio a lavorare per mio padre che era già malato. Ricordo mi posizionai al primo nel corso di laurea. Di lì a poco la cosa non passò inosservata e ricevetti una proposta di lavoro dal Ocse a Parigi – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – un posto molto interessante, e come potrà capire per un giovanotto di 25 anni andare a Parigi avrebbe voluto dire molte cose, ma la famiglia mi chiamava al dovere e rimasi a Firenze.
Erano anni difficili per l’agricoltura e in generale ed anche noi non rimanemmo esenti da quelle difficoltà che per mio padre mi incaricò di risolvere. L’azienda per il passaggio della guerra era quasi completamente distrutta; era un campo di battaglia. Ricordo che bisognava stare attenti perché nei campi c’erano molte mine inesplose ed era facile saltava in aria e morire, avemmo diverse nostre persone che subirono quella sorte.
Ormai la mezzadria non rendeva più ed era un disastro per il concedente e il mezzadro, inoltre vi erano delle leggi per le quali lo stesso non poteva neanche essere mandato via e se ciò accadeva, questi poteva richiedere l’esproprio di parte dei terreni che lavorava. Cosa che avvenne più tardi con la “Legge Stralcio” 144 del 12 ottobre del 1956 nella quale lo stato, abolendo la mezzadria, affidò a vari enti l’esproprio coatto e la distribuzione delle terre ai mezzadri facendoli divenire imprenditori agricoli concedendogli non meno di 10 ettari.
Era un mondo per risollevare l’economia per chi viveva in situazioni precarie se non drammatiche come accadeva al Sud d’Italia. Una analoga riforma agraria era stata avviata, dopo la Grande Guerra Mondiale, anche dal Fascismo con l’Opera Combattenti che vedeva in un pezzo di terra il tributo da riconoscere a chi aveva sofferto nel periodo bellico, veda la bonifica delle Maremma e dell’Agro Pontino, nella zona di Latina.
Anche in Francia, Olanda e Danimarca avvenne la solita cosa e anche Roosevelt, dopo la seconda Guerra Mondiale, costituì la Tennessee Valley Authority con il quale dette ai veterani di guerra della terra. Un meccanismo antichissimo, usato anche dall’Impero Romano per i suoi legionari.
Una iniziativa che ho sempre ritenuto geniale per la capacità dei governi di persuadere le persone che ricevevano un simile premio di poter avere le conoscenze sufficienti per fare ciò che facevano i contadini.
La mezzadria era stata abolita, ma il dramma economico non venne risolto per il momento.
Una situazione fotografata perfettamente dal Presidente delle Repubblica Luigi Einaudi che, credo, nel libro “Taccuino del Presidente” in un capitolo, forse il VII°, intitolato “Non rubare”, face capo all’indennizzo dell’esproprio delle terre riconosciuto i proprietari che bassissimo, definendolo, in fin dei conti, non risolutivo nel cambiare le cose, ma determinante per il costo della riforma agraria che sarebbe costato allo stato, perché la vera riforma non era dare un valore della terra, ma portare l’acqua, costruire strade e case per chi ne aveva bisogno.
Poi le cose sono andate diversamente dato che quelle micro aziende non sono servite né a dare reddito ai contadini né a fare di loro degli imprenditori. Ma la cultura che si respirava era quella, i fumi della guerra non erano ancora svaniti e l’Italia era tutta in costruzione e ancora dipendente dai piani Marshall che ci faceva arrivare denaro, carne e tutto il necessario; aiuti senza i quali non so dove saremmo andati a finire. In quei tempi la terra aveva un valore.
Quando divenne operativo il mercato dell’Unione Europea, era questa la situazione.
Se parliamo di vino potremmo datare la nostra nascita come azienda vitivinicola avvenne nel 1960. Mio padre era morto l’anno prima, ed io stavo uscendo dall’ufficio di un commercialista bravo mi comunicarono che c’era un americano che avrebbe avuto il piacere di parlarmi. Era il vecchio importatore del Barone Ricasoli che stava cercando un’azienda piccola in grado di fornirgli del vino per il mercato statunitense e avendo ricevute referenze positiva sulla nostra minuscola produzione voleva intavolare un contratto d’importazione. Così iniziammo a inviare qualcosa in America. Non era un grande vino, che dovemmo cambiare anche il nome dato che Frescobaldi era un nome troppo lungo… Diventammo per un po’ di tempo Fresco dentro lo stemma e Baldi. Fu lì che compresi le grandi potenzialità che aveva il vino. Furono molte aziende a intravedere questa opportunità, anche se l’Italia non era ancora pronta. Inizio ad esserlo intorno al 1970 quando si incominciò a pensare al vino in chiave moderna e la viticoltura divenne un sostegno importante per l’agricoltura. In quegli anni iniziò il processo evolutivo che ci ha portato a dove siamo oggi.
Piano Verde presentato dal governo Moro nel 1966 trasformò in legge le line guida dettate dalla Unione Europea con il PAC – CEE/17/1964 – in cui si prevedeva un cofinanziamento degli interventi fra Unione e Stati con il fondo FEOGA (Fondo europeo di orientamento e garanzia in agricoltura) per la trasformazione dei terreni e aree boschive in aree agricole produttive. L’azione governativa inizio nel 1966 e ricordo che il 30 novembre scrissi la domanda in un ufficetto sotto il palazzo che era stato appena sistemato dall’alluvione che, il 4 novembre, colpì Firenze.
Scadevano i termini e la scrissi a lume di candela, perché non c’era la luce, non c’era acqua, poi la portai a una copisteria, che la batté a macchina. Richiedemmo interventi di trasformazione dei terreni per impianti viticoli e un finanziamento per una cantina che poteva soddisfare la produzione di 500 ettari di vigneto. Pur avendo proprietà terriere per 3.500 ettari di cui 4 vitati, non disponevamo di una liquidità pressoché nulla, quindi ci sembrò interessante fare quella domanda alla quale avemmo risposta nel 1968, con l’approvazione di un finanziamento per 250 ettari.
Fu l’inizio di un altro pezzo di storia dei Frescobaldi.
Nel giro di 4 anni disboscammo i terreni su cui piantammo 500 ettari di viti, un grande risultato che ha spinto ad avere oggi 1.500 vitati
Non fu comunque semplice perché il finanziamento arrivava a impianto completamente fatto, cosa che mi costrinse a trattare con le banche. Fu un’operazione finanziaria di grande lungimiranza, perché a quei tempi impegnarsi per 500 ettari di vigneti non era una cosa comune… Fu un lavoro incredibile rapportandolo anche ai tempi correnti.
Dopo anni scoprimmo che i vigneti costruite in quegli anni non avevano più quel patrimonio genetico che avevamo i vecchi impianti. I vivai davanti all’enorme richiesta che arrivava da tutta Itali non riuscendo a soddisfare la domanda compravano barbatelle da tutta Europa fornendoci piante senza una storia. Ci ritrovammo altri vitigni in mezzo al Sangiovese che avevamo ordinato, cosa che ci costrinse, dopo decenni a rivedere i vigneti. Contemporaneamente cui la Fiat meccanizzò l’agricoltura e gli impianti che facevamo erano tutti in funzione dell’utilizzo dei trattori.
Nasceva un sistema vitivinicolo nuovo.
Sempre più aziende incominciarono a imbottigliare, bai passando i commercianti.
Ricordo che già in quegli anni diverse volte mi invitarono ad Harvard come testimonial i certi corsi. L’America in quei primi anni Settanta del secolo passato era molto più sviluppata di noi sotto l’aspetto enologico; applicavano una specie di farming in cui mettevano più know-how e valore aggiunto sul vino prodotto a partire dal contenitore, etichetta packaging e tutto ciò che ruotava intorno a quella bottiglia di vino e all’azienda che la produceva. La California con la Napa Valley e altre zone avevano già piantato una quantità enorme di vigneti sulla tipologia del sistema bordolese e non solo.
In contemporanea è partita la viticoltura in l’Australia, in Sud Africa, e in Cile, Argentina, Brasile e Nuova Zelanda.
Tutto il mondo si mise a produrre vino per il mondo.
Diversi anni fa ebbi il piacere di conoscere l’italoamericano Ernest Gallo, fratello di Julio e titolare con lo steso della E&J Gallo che vantava già 4.500 dipendenti dislocati in 90 paesi del mondo e con fatturati pari alla somma delle 30 aziende più importanti italiane con una produzione di 2,6 milioni di bottiglia al giorno. Furono loro ad inventarsi i vini di vitigno promuovendo lo Chardonnay e il Cabernet ovunque, In quell’occasione mi raccontò la sua affascinante storia. Ricordo che incarnava perfettamente il grande American Dream, il sogno americano. Arrivato nel 1909 dal Piemonte in California con i genitori era cresciuto nel vino con il padre che si era messo a produrre un vino dignitoso, ma il proibizionismo e altre sciagure familiari lo avevano spinto a fare i lavori più umili fra i quali il carrettiere. Si risollevò dopo la morte del padre e della madre facendo il vino per conto terzi e trattenendosi un terzo della produzione che commercializzava per proprio conto. Ogni anno raddoppiava il fatturato ed è così che iniziò il mito dei fratelli Gallo.
Nel 1977 andammo a trovarlo in California e rimanemmo sorpresi dell’imponenza dei suoi stabilimenti produttivi. Da parte nostra non ci è mai interessato arrivare a simili risultati ritenendo fare cose di qualità in termini assoluti, muovendosi secondo una visione programmatica su quale sia l’idea di un futuro alla nostra portata. Ogni cosa che abbiamo fatto ha un valore enorme per noi. Del resto in tutti decenni non abbiamo perso l’originaria vocazione rurale della famiglia casata, avendo il dovere di rappresentarla, promuovendo la cultura e i valori dei territori che identificano le nostre aziende che siano quelli di Bolgheri con la tenuta dell’Ornellaia alla Tenuta Castiglioni, luogo di origine della produzione vitivinicola della famiglia nel Chianti dei Colli Fiorentini, il Castello di Nipozzano, con i suoi 300 ettari di vigneto nel Chianti Rufina; il Pomino nei 100 ettari del Castello omonimo oppure il Brunello di Castel Giocondo, prodotto nei 152 ettari di vigneto a Montalcino o il Morellino di Scansano proveniente dalla Tenuta di Santa Maria in Maremma e le terre del Collio della tenuta D’Attimis.
Ormai sono anni che non sono più amministratore dell’azienda, ma serenamente osservo il tempo che mi rimane da vivere certo che tutto ciò che la famiglia ha costruito è in buone mani.



