Sorsi d’Abruzzo

di Alessandra Piubello

Quando in autostrada compare l’azzurro marino, nel mio viaggio verso Ortona, non posso fare a meno di pensare alle vette innevate della Maiella, del Gran Sasso. Amo i contrasti di questa regione: terra di grande suggestione, di opposti ravvicinati, è il luogo delle diversità che si attraggono, del verde che sfiora la sabbia, dove si può sciare con vista mare. Questa diversità si riflette in una tradizione vinicola variegata e affascinante, con sfumature, interpretazioni e personalità diverse. Nel mio girovagare enoico ho goduto nell’assaggio di Trebbiano d’Abruzzo luminosi e definiti. Manifesta la chiara vocazione alla longevità, con una caratterizzazione distintiva, che, negli affinamenti più lunghi, evidenzia una natura complessa, una voce tipicamente abruzzese e identitaria. Una conferma della valenza futura di questo vitigno bistrattato e poco compreso, capace invece di colpire nel segno quando si combinano insieme una viticoltura attenta su terreni adatti, tecniche di cantina rispettose e mano accorta e sensibile del vigneron. Non altrettanto compiuto il pecorino che, dal suo recupero ad Ofena negli anni Novanta, è ormai piantato ovunque, dal mare alla montagna, con interpretazioni stilistiche omologate, a parte qualche eccezione. Passerina, cococciola e montonico, faticano ancora a trovare degli stili identitari. Grande è la rivincita del Cerasuolo d’Abruzzo, che nel 2025 brilla per struttura grintosa con lo slancio di una beva succosa. Un rosato che ha la grinta di un rosso e un rosso che ha la fresca beva di un rosato: un vino molto gastronomico, versatile, da bere a tutto pasto, particolarmente in quest’annata.

 

 

Il Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg rivela le sue potenzialità nel creare un equilibrio tra frutto, acidità e corpo. Un vino che convince anche in virtù della sua naturale vocazione alla longevità. Anche la Docg Casauria, in alcuni casi, ci ha colpito, per la combinazione tra materia e finezza, con una spalla nervosa che impedisce alla potenza di appesantire il sorso. Gli assaggi del Montepulciano Doc ci restituiscono una visione a due velocità: da una parte interpretazioni sovraestratte, di struttura muscolosa, soverchiate dal legno oppure talmente omologate e piatte, prive di ogni guizzo emozionale; dall’altra visioni più moderne, vive e succose che accendono la gioia della beva.

Sono rimasta colpita dal fermento in atto nella regione: nuove realtà guidate da giovani e nuove generazioni di storiche aziende stanno lavorando costruendo un nuovo approccio, più inclusivo, consapevoli che solo nell’unione si potranno superare le tante sfide del domani. E se da un lato le cooperative gestiscono oltre il 70% della produzione e non la imbottigliano per oltre i due terzi, d’altro canto va sottolineato che il testimone passa da aziende ben riconosciute a livello internazionale e da un tessuto vivo e dinamico di piccole realtà animate da vignaioli intraprendenti e virtuosi che ricercano interpretazioni originali e di carattere. Ogni volta che devo ripartire e lasciare l’Abruzzo “forte e gentile” una parte di me resta lì, rapita da questi paesaggi unici.

 

Luca Alessi – Gran Sasso