Export: obiettivo pareggio (sul 2022). Però, riflettiamoci su.

Di Giulio Somma 

L’ambito pareggio col 2022 sembra ormai a portata di mano, mentre rimane irraggiungibile, almeno per ora, la simbolica soglia degli 8 miliardi di euro. E già, perché dopo oltre vent’anni di corsa ininterrotta del nostro export, nel 2023 (i cui dati consuntivi saranno divulgati dopo che saremo andati in stampa) l’ambizione è quella di frenare la discesa e tornare a pareggiare col 2022, quando il nostro export ha raggiunto i 7,87 miliardi di euro. Se a settembre la flessione a valore sullo scorso anno era del -1,9 per cento (a volumi invariati), nei due mesi successivi è tornata a risalire (complici forse gli ordini del Natale) per arrivare, a novembre, con un bilancio provvisorio pari a -0,6 per cento in valore, per quasi 7,2 miliardi di euro, e un pareggio dei volumi (1,99 milioni di ettolitri) sullo stesso periodo (gennaio e novembre del 2022).

A parte la Germania, primo mercato europeo e secondo al mondo per l’Italia enoica, di cui parleremo dopo, nei primi undici mesi del 2023 cresce il Regno Unito (+5,4 per cento) con 794,9 milioni di euro, ma è la Francia a fare un vero salto percentuale (+10,7 per cento), best performer nel Vecchio continente, sfiorando i 300 milioni di euro e confermando quanto già emerso nei mesi scorsi, cioè che il principale rivale enoico del Bel paese si conferma anche uno dei principali clienti dei nostri vini. In positivo anche i Paesi Bassi, vicini ai 220,5 milioni di euro (+4,2 per cento), e l’Austria a +4,4 per cento per 128,9 milioni. Guardando invece i segni negativi, tengono la Svizzera con 384,78 milioni di euro (-1,5 per cento), il Belgio a -1,5 per cento per 217,2 milioni di euro e la Svezia, in calo dell’1,8 per cento, poco sopra i 182,4 milioni di euro. Forte discesa per la Russia, che dal +3,9 per cento dei primi dieci mesi è passata al -6 per cento, per una cifra di 142,49 milioni di euro, per la Danimarca, al -7,4 per cento per 135,9 milioni di euro e per la Norvegia, al -6,2 per cento per 96,8 milioni.

L’ANALISI DELL’ OIV

I numeri, relativi alla produzione, non lasciano adito a dubbi. Con 130 milioni di ettolitri, i vini bianchi rappresentano a oggi il 50 per cento dell’offerta vinicola mondiale, a fronte del 42 per cento dei rossi, a 110 milioni di ettolitri, e dell’8 per cento dei rosati, la cui produzione è stimata, sulla base delle più recenti evidenze, attorno ai 21 milioni di ettolitri. Secondo l’analisi dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino, che prende a riferimento come ultimo dato le statistiche del 2021 (le più aggiornate su scala globale nelle ripartizioni per colore), la produzione di vini rossi ha sperimentato una contrazione del 25 per cento dal picco toccato nel 2004, mentre i bianchi, dal punto di minimo del 2002, hanno messo a segno una crescita del 13 per cento. Il sorpasso è avvenuto a partire dal 2013 con il boom delle bollicine: fenomeno, quest’ultimo, che è apparso particolarmente evidente in Europa, dove gli sparkling hanno avuto un ruolo decisivo nel mutare gli assetti del mercato, grazie soprattutto al successo mondiale del Prosecco.

A livello di consumi mondiali, invece, con un 15 per cento di riduzione dal picco del 2007, si conferma la crisi ormai strutturale dei rossi; per i bianchi, al contrario, si è avuta una crescita del 10 per cento rispetto al minimo del 2000, ma a differenza della produzione non c’è stato il sorpasso sui rossi, fenomeno che gli analisti attribuiscono ai maggiori impieghi industriali dei bianchi per la distillazione, la fabbricazione di aceti e la produzione di bevande a base di vino. I rosati, poi, risultano in crescita del 17 per cento rispetto al minimo di inizio millennio. Dopo il forte aumento coinciso con il periodo 2000-2007, i rosé hanno subito gli effetti della crisi finanziaria del 2008-2010, ripartendo poi dal 2011, ma con una crescita più lenta. La ripartizione dei consumi mondiali per colore evidenzia nei primi anni (2000- 2004) un’incidenza dei rossi del 51,3 per cento, contro il 40 per cento dei bianchi e l’8,7 per cento dei vini rosati; invece, nella media degli anni 2017-2021, i vini bianchi salgono a quota 42,2 per cento, i rosati al 9,5 per cento, mentre i rossi scendono al 48,3 per cento. Il futuro non riserva buone notizie per i rossi: “A livello mondiale – scrive l’Osservatorio del vino Uiv –, dopo il boom del 2021 (125 milioni di ettolitri), riprenderà il percorso discendente che era già in atto da prima del covid e che li porterà tra 2023 e 2027 a perdere 4 milioni di ettolitri, arrivando a 121 milioni”.

Guardando allo specifico del nostro paese, è ancora l’Osservatorio del vino Uiv ad aver fotografato la situazione di sofferenza della tipologia rossa in occasione delle recenti anteprime di Valpolicella e Toscana. “A fronte di un numero di consumatori piuttosto stabile nell’arco degli ultimi quindici anni – si legge nella relazione presentata ad Amarone Opera Prima –, i consumi di vino sono in decrescita strutturale. Soprattutto i rossi, che nel breve arco di un lustro hanno perso quasi 800 mila ettolitri in grande distribuzione, chiudendo il 2023 a 3,2 milioni di ettolitri. Tengono meglio i bianchi, mentre risultano in crescita gli spumanti, utilizzati – come del resto in altri paesi – per la preparazione casalinga di cocktail, abitudine in forte crescita ereditata dai tempi del lockdown”.

Se complessivamente, come detto, si punta a saldi invariati (o quasi) rispetto al 2022 (sebbene dicembre non sembra sia andato benissimo, incidendo però non oltre qualche decimo di percentuale), quando guardiamo alcuni dettagli di questa sostanziale stabilità di quote a valore e a volume qualche preoccupazione affiora. Una delle ultime analisi dell’Osservatorio del vino Uiv sui grandi paesi top importer del vino italiano parla chiaro: i dati doganali consuntivi del 2023 riferiti al vino importato da Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone (che insieme valgono il 56 per cento dell’export complessivo del Bel paese) segnano un netto -4,4 per cento nei volumi e -7,3 per cento nei valori, pari a un fatturato di 4,45 miliardi di euro. Un dato che, sebbene non si possa allineare (e quindi sconfessare) ai numeri dell’export per dinamiche e tempistiche di riferimento diverse, dice molto su una crisi delle nostre strategie di export, su cui il mondo del vino non pare ancora aver avviato una seria riflessione.

L’analisi vede decrementi nei volumi in tutti i paesi della domanda a eccezione della Germania, che chiude l’anno a +7 per cento per effetto del boom di ordini di vino sfuso (+16 per cento come volumi e +6 per cento come valore, pari a 142 milioni di euro, ma a un prezzo molto basso: 0,54 centesimi a litro). Invece, il nostro primo paese importatore, gli Usa, per effetto dell’ormai noto destocking – cioè l’alleggerimento dell’eccesso di scorte detenute dai distributori per i forti acquisti fatti nel 2022, che hanno condizionato gli ordini di tutto il 2023 –, ha totalizzato un -13 per cento a volume, così come Canada e Giappone, entrambe a -11 per cento, e Regno Unito (-9 per cento). In contrazione, nonostante il surplus di costi produttivi per le imprese, il prezzo medio (-3 per cento), per effetto della crescita import e vini sfusi (+9 per cento, dove però i listini crollano a -11 per cento) e grandi formati (+6 per cento) e al contestuale minore impatto di prodotti imbottigliati (-7 per cento) e spumanti, giù dell’11 per cento nei volumi, ma unica tipologia a crescere nel prezzo medio (+5 per cento).

ANCORA I ROSSI IN MEZZO ALLA BUFERA

A tirar giù i numeri di mercato sono ancora una volta i rossi (di cui abbiamo già parlato in queste pagine), vittime del fuoco incrociato di una serie di fattori naturali ed economici confluiti in una sorta di morsa da cui è necessario uscire quanto prima: cambio climatico (che influisce sia sul grado alcolico del vino sia sulle abitudini di consumo), nuove generazioni di consumatori (più lontane dall’immagine tradizionale del vino), riduzione del potere d’acquisto a causa dell’inflazione e dell’aumento del costo del denaro e contesti produttivi incapaci, nel breve, di convertirsi verso stili di prodotto più adeguati alle richieste di mercato. Nel rapporto dell’Oiv sui colori del vino, presentato di recente, si legge un’originale analisi per segmento, dove emerge con evidenza la situazione di difficoltà della tipologia rossa a livello globale, assumendo un carattere strutturale.

MA C’È ROSSO E ROSSO

Quando si parla di vini e di mercati, per capire le dinamiche reali che muovono i prodotti tra gli scaffali, diventa però necessario entrare in profondità nei vari segmenti di prezzo e posizionamento perché, nel nostro caso, c’è rosso e rosso. Infatti, avverte ancora l’Osservatorio Uiv, “negli Usa (sempre nel 2023), a fronte di vendite generali di vino rosso italiano a -9 per cento nel segmento più profittevole, quello dell’on-premise (quindi ristorazione, night club, hotel), l’unica fascia di prezzo che è riuscita a strappare aumenti è quella over 25 $ a bottiglia (+2 per cento), contro cali del 5 per cento e 3 per cento, rispettivamente per i vini prezzati sotto i 10 e gli 11-24 $. La fascia premium costituisce oggi il 15 per cento del totale vendite italiane di red wines nell’on-premise e sembra quella in grado di dare maggiori risultati in prospettiva, in particolare in alcuni areali: Midwest (+12 per cento) e South (+4 per cento), che insieme valgono l’80 per cento del totale delle vendite di rosso nel canale on-premise”. Così come succede in Francia dove, davanti a un Bordeaux in forte crisi (e le pagine di cronaca di questi mesi rendono bene la situazione), con andamenti di prezzo medio euro/litro cresciuti del 50 per cento nel periodo 2010-2023, i valori identitari e differenziali che hanno contraddistinto i vini di Borgogna continuano a premiare, segnando una crescita del prezzo medio nello stesso periodo del 350 per cento (+7 volte). Segno che non siamo di fronte alla crisi dei rossi ma di alcuni rossi o, meglio, di alcuni stili (o non stili) di questi vini. Si tratta quindi di guardare al futuro con maggior convinzione e fiducia nelle straordinarie capacità rigenerative che il vino ha dimostrato nella sua storia millenaria.

La soluzione non è certo l’espianto, ma una strategia ragionata di riposizionamento produttivo dove il contenimento quantitativo si sposa a un progetto chiaro di miglioramento qualitativo. E il messaggio lanciato ad Amarone Opera Prima dal Mw e vicepresidente del Consorzio della Valpolicella Andrea Lonardi va proprio in questa direzione. A fronte di un segmento di mercato che fino a ieri ha richiesto uno stile di Amarone morbido, caldo e piacevole, decretandone il grande successo commerciale, oggi che quel segmento “non cresce più e regala molte più ombre che sicurezze per il futuro – riflette Lonardi –, dobbiamo cambiare ed evolverci reindirizzando i nostri vini verso un cambiamento sia in termini di geografie di mercato che di profilazione del consumatore. Per farlo occorre, anche ma non solo, un cambio stilistico. I vini commercialmente solidi sono infatti i fine wines, quelli che hanno un profondo legame con il territorio di origine, vini che hanno valori e un wording comunicativo specifico tali da renderli identitari. Occorre pensare a un Amarone – conclude Lonardi – che rimetta in equilibrio i suoi fattori produttivi: il metodo (la messa a riposo), il territorio (suolo, vitigni, clima), le persone (produttori, imprese) e la comunicazione. La sfida è chiaramente complessa, dal volume al valore, e richiede dei cambi: culturali, produttivi, legislativi e comunicativi”. Un progetto ambizioso che disegna una strada che va oltre i confini della Valpolicella, per proporsi come progetto stilistico valido per tutti quei rossi italiani che, oggi, hanno l’ambizione di diventare (o rimanere) grandi rossi.