di Alessandra Piubello
Dobbiamo smetterla di dare la colpa ai dazi, alla demonizzazione dell’alcool, ai giovani che non bevono più, alle sanzioni per la patente, al riscaldamento climatico. Il mondo del vino è cambiato per sempre e non tornerà mai più indietro.
Questo dovrebbe essere un dato assodato per tutti quelli che lavorano in questo settore.
Una volta elaborate la paura e l’ansia del domani, credo sia importante interpretare questo cambiamento per trovare dello soluzioni. Il vino non è finito, è sopravvissuto nei secoli e sopravvivrà ancora. Ma è cambiato tutto il contesto in cui si muoveva prima. E’ entrato in crisi il modello. Le strade che abbiamo percorso ci hanno allontanato dalle persone, non solo dai giovani. Un modello elitario, lo status, le parole di un gergo che nascondevano il nulla e così, pian piano il vino scivolava via dalla tavola di tutti i giorni, dalla nostra vita quotidiana, per entrare in una teca dorata.
C’è stato un tempo in cui si è reagito con la ribellione dei cosiddetti “vini naturali” che hanno sdoganato purtroppo molti difetti e imprecisioni nel vino, con conseguenze negative anche nell’approccio gustativo dei neofiti. Alla serialità dei vini industriali volevano contrapporre il lasciar fare del vino in autonomia, con le conseguenze del caso. Dei vignaioli però avevano capito la deriva e avevano consapevolmente posto un freno. Sono cambiati. Ma avevano lavorato in gruppo, insieme, sostenendosi.
Oggi un produttore piccolo o grande che sia è ancora convinto che può farcela da solo. Non più. Lo scenario è cambiato. Forse occorrerebbe capire che abbiamo tutti bisogno di una rete e se non c’è va costruita: tra produttori, comunicatori, pubblico, marketing, importatori, istituzioni. Per lavorare insieme veramente.
Siamo pronti per questo? Siamo pronti a cambiare?


