Il Vermouth di Torino… a Torino 2026
di Alfonso Mollo
Il Vermouth torna protagonista nella sua città.
Il Vermouth di Torino… a Torino, non è soltanto un titolo, ma una dichiarazione d’identità. Nella sede AIS Piemonte non si è celebrato semplicemente un prodotto: si è respirata una parte viva della storia liquida della città.
Torino, in fondo, con il Vermouth non ha mai davvero chiuso i conti. È un rapporto di eleganza sabauda e spirito popolare, di caffè storici e retrobottega, di salotti aristocratici e banconi lucidati all’alba. Eppure, per anni, questo patrimonio è rimasto quasi sussurrato, come se non dovesse essere raccontato. L’evento promosso dal Consorzio del Vermouth di Torino ha il merito di riportarlo al centro, con orgoglio e consapevolezza.
È stato un dialogo continuo tra passato e presente. Nei calici le sue diverse interpretazioni: versioni più classiche, fedeli a una dolcezza misurata e a un equilibrio balsamico, e espressioni più tese, quasi verticali. Letture contemporanee che giocano su amarezze eleganti e speziature più nitide. Ma soprattutto la sensazione di coerenza: una firma comune, un’idea di stile che parla di rigore, struttura, identità.
A Torino il Vermouth è stato invenzione commerciale e culturale, e una risposta a un contesto storico, ed è sopravvissuto reinventandosi. Tra assaggi e confronti, è emerso con chiarezza quanto oggi sia diventato terreno di ricerca sulla qualità dei vini base, la precisione botanica, la trasparenza produttiva.
Ogni sorso è diventato un racconto. Si è parlato di artemisia, ingrediente identitario e imprescindibile, come si parlerebbe di un vitigno nobile. Si è discusso di macerazioni, di equilibrio, di persistenza aromatica. Un linguaggio tecnico, sì, ma attraversato da una passione evidente.
E poi c’è Torino, che aleggia sempre, anche quando non nominata. Qui il Vermouth è un frammento di DNA cittadino. Negli ultimi anni la mixology ha contribuito in modo decisivo a riportarlo sotto i riflettori, ma l’impressione è che si stia andando oltre la semplice rinascita del cocktail. Si sta riaffermando un’appartenenza.
Il Consorzio sta lavorando su un doppio binario. Tutela, perché il nome non è generico ma legato a un disciplinare preciso e storico. Valorizzazione, perché oggi non basta esistere: bisogna raccontarsi bene.
Non è stata una celebrazione autoreferenziale, ma un invito a rileggere il Vermouth come categoria viva, che parla anche alle nuove generazioni.
E se per decenni è stato quasi esclusivamente una “spalla”, oggi torna a essere degustato con la stessa attenzione riservata a un vino o a un distillato di pregio. Servito liscio, con una scorza di agrume e ghiaccio, diventa esercizio di finezza. È in quel momento che emergono le sfumature: la nota agrumata, l’amaro gentile, il tocco speziato, la dolcezza mai stucchevole.
E in una città che da poco ha riscoperto la propria vocazione gastronomica, anche il Vermouth ritorna ad essere suo simbolo identitario.
Il Vermouth di Torino non ha bisogno di reinventarsi per essere moderno. Gli basta essere fedele a sé stesso, e trovare le occasioni giuste per raccontarsi.






