Il Salone del Vermouth e quella regia che non si vede

di Andrea Zanfi

Io non lo dico per spirito di contraddizione e nemmeno per il gusto sterile della polemica anche se ne avrei ben donde a farla. Lo dico perché certe cose, quando le vedi, non puoi far finta di non averle viste.

Perché, se si parla di Torino, se si parla di Vermouth a Torino, di storia produttiva, allora bisogna ossequiare la storia e avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, anche quando non è comoda. Qui il problema non è di contenuto per il quale faccio un plauso all’idea che ha partorito l’evento, ma è di metodo; quando manca, si sente come un’assenza d’aria in una stanza chiusa che non fa trafelare nuove idee e freschezza. Alla conferenza stampa del Salone del Vermouth è stato distribuito un comunicato con un programma che mi è parso subito incompleto. Mancavano i nomi dei partecipanti ai talk. Il mio certamente, del resto non avevo avvisato nessuno del mio arrivo, la mia presenza era del resto irrilevante.

Mancavano date e orari dei vari appuntamenti che, a detta di molti, circolavano già da settimane come definiti. Qualcuno potrebbe dire: un dettaglio.

Io no. Perché i dettagli, quando si parla di organizzazione e di credibilità pubblica, sono sostanza.

Da mesi mi confrontavo sul territorio parlando delle “Strade del Vermouth Europea”, di quel progetto ambizioso che dovrebbe creare un asse europeo del Vermouth di Torino, con la Francia — la Savoia — e la Spagna — la Catalogna. Un’idea bellissima, strategica, capace di superare il confine locale e restituire a Torino un ruolo guida a livello mondiale. Se ne parlava come di una visione, quasi di una promessa.

Poi arriva il giorno della presentazione eh ???. Non trovo traccia di quella visione.

Nessun nome, nessun referente che accennasse il verbo di un divenire. Nessuna conferma. Nessun rappresentante. Solo parole sospese. E le parole, quando restano sospese, finiscono per pesare più del silenzio. E c’è un’immagine che più di tutte mi è rimasta impressa: il tavolo della conferenza stampa.

Un Salone che celebra il Vermouth, prodotto che nasce da mani, ricette, erbe, vini base, ricerca, errori corretti nel tempo, non propone o stimola la presenza di un produttore. Non uno.

Non è una questione di grandi o piccoli o di numeri, ma neanche uno. Ho pensato male a una guerra tra marchi, a un sabotaggio, a una faida, ma è sembrato che tutto questo passasse in sordina.

La cosa per me che avevo fatto 200 chilometri mi ha sorpreso. Del resto è una questione di rappresentanza. Perché se celebri una denominazione storica, un’identità territoriale, un sapere produttivo, e non siedono al tavolo coloro che quel sapere lo praticano ogni giorno, allora qualcosa non torna.

E quel vuoto mi diventa più eloquente di qualsiasi discorso ufficiale.

Intanto si moltiplicano i proclami: 240 anni dalla nascita del Vermouth moderno a Torino. 100 anni dalla nascita del tramezzino. Anniversari evocati con enfasi, come timbri di autenticità, come sigilli di legittimità culturale. Numeri importanti, certo. Simbolici. Identitari. Ma la memoria non può diventare scenografia.

Se invochi 240 anni di storia, devi dare voce a quella storia.

Se celebri 100 anni di cultura gastronomica urbana, devi rappresentare i protagonisti veri, non solo evocarli. Altrimenti la memoria si svuota e diventa marketing.

E il marketing, quando sostituisce la sostanza, lascia un retrogusto poco gradevole.

C’è poi un altro fatto che non posso ignorare. Il palinsesto oggi pubblicato sul sito ufficiale è diverso da quello contenuto nel comunicato distribuito alla stampa. Più completo, più articolato. Meglio così.

Ma allora mi chiedo: perché presentare ai media una struttura parziale?

Perché convocare la stampa nazionale senza un quadro definitivo?

Perché chiedere attenzione, fiducia, autorevolezza, senza offrire in cambio chiarezza?

Un Salone non è solo un evento. È un racconto pubblico. E i racconti, se vogliono durare, devono avere coerenza. Non possono cambiare volto da un giorno all’altro, come se nulla fosse.

Torino non è “la capitale del Vermouth” per folklore o per slogan o solo perché qualcuno ha deciso di farci un festival. Lo è per storia, per economia, per identità produttiva. È un dato culturale. E proprio per questo un Salone dedicato a questo prodotto non può permettersi comunicazioni lacunose, programmi che mutano, promesse internazionali senza presenze effettive, celebrazioni solenni senza una reale inclusione del comparto. Perché il rischio è doppio. Si indebolisce l’autorevolezza dell’evento, e di questo me ne dispiacerebbe molto. Che il Vermouth sia un contenitore buono per il marketing, più che un’espressione viva di lavoro, competenze, investimenti siamo in tanti averlo capito, ma c’è modo e modo di rispettarne il valorem perché il Vermouth di Torino — quello vero — è fatto di aziende storiche e di nuove realtà, di artigiani e gruppi strutturati. È fatto di Piemontesità,  ma anche di dialogo con l’Europa, di confronto, di apertura. È un sistema, non una cornice. Se davvero si vuole costruire un evento di riferimento, allora servono trasparenza, inclusione, rispetto per chi questo settore lo tiene in piedi ogni giorno, lontano dai riflettori. Serve una maggiore attenzione, altrimenti restano solo le date da celebrare, i numeri da sbandierare e il Bla Bla, Bla da ascoltare. Ho compreso comunque le buone intenzioni, ma non basta la buona volontà per fare un Salone che abbia un’anima.