Vinacria 2025
di Andrea Zanfi
Con 89 espositori — tra cantine siciliane, tre aziende olivicole d’eccellenza e, per la prima volta, una selezione di spirits regionali insieme a distributori nazionali e internazionali — Vinacria ha raccontato una Sicilia vitivinicola plurale, viva, in continuo movimento.
L’intera geografia enologica dell’isola è stata presente, così l’Antico Mercato è diventato un atlante pulsante di storie, territori e identità. Un mosaico vivo, in cui ogni banco è stato una tessera capace di restituire il respiro profondo a una terra complessa e generosa, che conosco e che ho vissuto intensamente, accompagnandone l’evoluzione enologica negli ultimi 25 anni.
Dalle sabbie salmastre del Trapanese alle pendici nere dell’Etna, dai venti occidentali che hanno accarezzato il Grillo fino alle altitudini del Carricante; dalla solidità del Catarratto alla sublimazione del Syrah, si sono incrociate coordinate emotive e culturali di una mappa che mi avrebbe permesso di ampliare il racconto, divenuto corale, stratificato, condiviso, se non fossi costretto a castrarlo dentro il web.
No. Non è stata una semplice esposizione, ma la visione di una mappa emozionale complessa da leggere.
Un percorso lungo il quale ho potuto incontrare molti produttori che avevo conosciuto quando stavano ancora piantavano le prime barbatelle, insieme ai precursori di quello che oggi è il successo enologico di questa Isola. Produttori ormai diventati narratori del loro territorio, e vini che non sono stati semplici biglietti da visita di una Sicilia che amo visceralmente, ma portatori di un linguaggio nuovo, consapevole e di grande bellezza.
Sono rimasto affascinato da molti vini; in altri casi ho sentito il bisogno di invitare chi li produce a proseguire il proprio cammino evolutivo, non ancora pienamente all’altezza delle potenzialità che custodiscono. Sono rimasto profondamente colpito dal Grappoli del Grillo 2020 di Marco De Bartoli e dagli interpreti delle vigne dell’Etna che, a mio parere, non hanno ancora smesso di sorprendere — a meno che i produttori della “muntagna” non si sentano già appagati dei risultati fin qui raggiunti.
Ho apprezzato il Ballerina Bianco 2024 (Catarratto e Inzolia) di Fiore, il Metodo Classico Mon Pit Brut Blanc de Blancs di Cantine Russo, il Metodo Classico Sosta Tre Santi Etna Carricante Brut 2020 di Nicosia, il Grillo “Fra le vigne” di Salvatore Martinico e molti altri, ai quali si sono affiancati i distillati di Giovi — tra cui quello ricavato dalle pale di fico d’India — il rum di Alma e il Vermouth di Turi Marino. Ogni assaggio è stato un capitolo, ogni etichetta una dichiarazione d’identità.
In molti vini ho riconosciuto la visione pionieristica di quella Sicilia di cui ho scritto tante volte, capace di credere nel proprio futuro; in altri è emersa la sacralità del tempo e la forza primordiale del vulcano; in altri ancora l’eleganza luminosa, la mineralità e la sapidità del mare e dei venti marini; altrove, infine, una Sicilia antica, calda e ventosa, figlia delle terre centrali dell’isola; una Sicilia profondamente autentica.
E poi il mio sguardo si è spinto oltre le mura del mercato di Ortigia. Così Vinacria è diventato molto più di un festival: è stato una dichiarazione d’amore verso la Sicilia contemporanea. Un luogo in cui il vino non è stato status, ma relazione; non distanza, ma prossimità. E mentre Ortigia ha continuato a riflettersi nel mare, tra un calice e una storia, la sensazione è stata netta: qui la bellezza non si è raccontata soltanto, l’ho vissuta.














